di Enrico Oliari –

Ieri, in occasione del vertice di Hannover al quale hanno preso parte Matteo Renzi, Angela Merkel, Francois Hollande, David Cameron e Barak Obama, è stata ribadito, tra le varie cose, l’impegno per la stabilizzazione della Libia a fianco del governo di unità nazionale di Fayez al-Serraj, frutto della mediazione dell’Onu condotta prima da Bernardino Leon e poi da Martin Kobler.

Da più parti si parla del progetto di invio di militari nel paese nordafricano, soprattutto per proteggere le istituzioni, gli impianti petroliferi e le rappresentanze diplomatiche dall’Isis e dai miliziani armati delle diverse tribù che ancora non rispondono al nuovo governo di Tripoli.

Palazzo Chigi e il ministero della Difesa hanno smentito con una nota la notizia, diffusa da alcuni media tra cui il Corriere della Sera, dell’invio da parte dell’Italia di un piccolo contingente di 900 uomini, bollandola come “priva di qualsiasi fondamento”.

Prende piede invece l’ipotesi dello stanziamento di circa 250 militari dell’Onu a guida italiana, tra i quali vi dovrebbero essere una cinquantina di italiani dell’Esercito e dei Carabinieri, di certo non per attaccare l’Isis o le milizie ostili a Fayez al-Serraj.

La richiesta di aiuto è arrivata dallo stesso premier libico, il quale si è sentito con Matteo Renzi immediatamente prima dell’inizio del vertice di Hannover, ma ancora manca una richiesta ufficiale all’Onu: nelle ultime settimane si sono moltiplicati i tentativi dei miliziani dell’Isis di attaccare i pozzi petroliferi, anche perché controllarli significa controllare la Libia.

Non a caso il generale Khalifa Haftar, che risponde al governo “di Tobruk” a guida Abdullah al-Thinni, ieri si è fatto arrivare, da non si sa dove, 1.050 mezzi fra i quali numerosi Pick-up Toyota, diversi modificati con blindature in “Panthera T6/T4”. Il sospetto è che dietro vi siano gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto, alleato di ferro di Tobluk, cosa che estenderebbe la sua influenza sulla Cirenaica.

La figura di Haftar, che guida i militari e i miliziani di alcune tribù di quello che fino a poco fa era il governo riconosciuto “di Tobruk”, è assai controversa e proprio per questo motivo osteggiata da diverse tribù: i detrattori del generale lo considerano al soldo di Washington, dal momento che nel 1987 venne fatto prigioniero dall’esercito ciadiano in occasione della “Guerra delle Toyota”, per poi essere prelevato dalla Cia e portato negli Usa, dove vi è rimasto fino al 2011. In quell’anno ricomparve in Libia per comandare la piazza di Bengasi nell’insurrezione che ha portato alla deposizione di Muammar Gheddafi.

Haftar conta, insomma, di scagliarsi contro l’Isis per prendere Sirte e quindi pesare nelle trattative di adesione di Tobruk al governo di unità nazionale, tant’è che fino ad oggi i deputati hanno fatto mancare il quorum quando si è trattato di votare il riconoscimento del governo di al-Serraj.

L’invio di militari Onu a proteggere i pozzi potrebbe significare quindi il difendere gli impianti dall’Isis, ma anche dalle mire di Tobruk.

Dopo aver eluso le risoluzioni Onu sull’embargo all’importazioni di armi, oggi il governo “di Tobruk” non è stato da meno procedendo oggi alla vendita di un carico di petrolio da 650mila barili: la petroliera Distya Ameya, che ha caricato il greggio estratto dai campi di Amessla e Sarir e convogliato nel terminal orientale di Hariga, è già giunta all’altezza di Malta ed è destinata alla DSA Consultancy, società degli Emirati Arabi Uniti.