di Dario Rivolta *

Avere nel TTIP la clausola di arbitrato che giustifichi il prevalere della “protezione dell’investimento” su possibili leggi nazionali giudicate (dagli arbitri) discriminatorie o quali “espropri indiretti” ridurrà la sovranità di governi e Parlamenti. Ciò è assodato.

Tuttavia, si dice, tale accordo apporterà alle economie statunitensi ed europee tali e tanti benefici che un po’ d’indipendenza in meno sarà almeno proficua.

Proprio per dimostrare quest’assunto, la Commissione europea ha incaricato il Center for Economic Policy Research (CEPR) di compiere uno studio approfondito su quali sarebbero le conseguenze economiche della possibile entrata in vigore del TTIP. L’analisi è stata realizzata e consegnata nel 2013con il nome di “Reducing trans-atlantic barriers to trade and investment”.

Anche il governo Usa ha incaricato il proprio dipartimento dell’Agricoltura (si chiama così il ministero) di svolgere uguale compito e, nella maggior parte dei casi, le conclusioni raggiunte sono simili.

Occorre premettere che il vero scopo di questo possibile Trattato non sta nella riduzione delle tariffe doganali, poiché esse sono già molto ridotte o assenti per quasi tutti i prodotti. In modo più specifico, il dazio più alto che le merci europee affrontano negli Usa riguarda i prodotti agro-forestali ed è del 3,7 percento. Seguono poi i cibi lavorati con il 3,2 mentre per la maggior parte dei prodotti restanti le dogane chiedono percentuali attorno o inferiori all’uno percento. Un po’ più alte sono le tariffe imposte dall’Europa ai beni americani: i cibi lavorati pagano il 14,6 percento e le autovetture l’8. Tutti i restanti sono molto simili a quanto pagano le nostre ditte esportatrici verso gli Usa.

Se il problema quindi non riguarda le tariffe doganali, l’attenzione si deve spostare su quegli ostacoli detti “barriere non tariffarie” e cioè quei regolamenti, che disciplinano le modalità produttive, gli standard tecnici, i limiti legali e giuridici agli investimenti, le norme sanitarie e igieniche. La riduzione di queste “barriere” è il vero e centrale obiettivo del possibile accordo.

Scontata la totale abolizione dei dazi doganali esistenti, lo studio del CEPR valuta a questo proposito due scenari: l’armonizzazione, considerata fattibile, del 25 percento di tali normative e quella più ambiziosa che riguarderebbe il 50 percento di esse.

È ovvio che anche i risultati economici che ne scaturirebbero sono ben diversi.

Nel primo caso (il 25 per cento) lo studio valuta che, nel 2027, l’Europa realizzerebbe un incremento del PIL corrispondente allo 0,27% mentre gli Usa si fermerebbero allo 0,21. Nell’ipotesi migliore, gli aumenti sarebbero rispettivamente dello 0,48 e dello 0,39. Calcolato annualmente, il vantaggio sul Prodotto Interno europeo in quest’ultimo caso (il più ottimista) sarebbe attorno allo 0,3 %. In altre parole, se la crescita prevista nel Continente fosse nel 2017 dell’1,8, salirebbe all’1,83. Per le famiglie europee in media (ma non dimentichiamo il pollo di Trilussa) significherebbero 11,25 euro in più al mese per persona.

Poca cosa, a ben vedere, ma qualcuno direbbe che è pur sempre meglio che niente. Ed è vero! Ma qual è l’altra faccia della medaglia?

Sempre lo studio voluto dalla Commissione prevede che alcuni settori, quali l’automobilistico, avrebbero da guadagnarci mentre altri, e in particolare la nostra agricoltura o i macchinari elettrici, ne soffrirebbero. Stimano che la perdita di posti di lavoro tra Usa e Ue dovrebbe corrispondere allo 0,6 %, cioè che circa un milione di lavoratori saranno espulsi dal mercato e dovranno sperare di essere riassorbiti in qualche modo, e in qualche tempo, dai settori che resisteranno.

Abbiamo parlato dello studio commissionato da chi l’accordo lo sta negoziando, ma non è l’unica analisi esistente: un economista, il prof Jeronim Capaldo, ricercatore al Global Development and Environment Institute dell’Università’ Tufts di Boston, ha fatto ricorso a un metodo di analisi differente da quello usato dal CEPR ed è arrivato a risultati meno ottimisti. Secondo lui, nel 2025 i posti di lavoro aumenteranno negli Usa di 784.000 unità mentre in Europa diminuiranno di 583.000. La capacità di spesa delle famiglie operaie europee diminuirà per cifre che vanno da 165 a 5500 euro (in Francia) l’anno e i prezzi medi dei beni di base aumenteranno, soprattutto in Germania, Francia e Gran Bretagna.

A proposito di Gran Bretagna, occorre precisare che le cifre medie indicate più sopra riguardano un’Europa come lo è attualmente. La Brexit obbligherà a rivedere tutti gli studi, soprattutto perché i britannici sarebbero diventati i massimi beneficiari europei dell’accordo, assieme a Spagnoli, Svedesi e Baltici. È certo che, venendo a mancare il più 9,7 % attribuito alla sola Gb, anche quell’ottimista, ma misero, 0,3% annuo andrebbe ricalcolato al ribasso.

Non è tutto. Lo studio preparato dal dipartimento dell’Agricoltura americano nel 2015 si focalizza proprio sul settore di sua competenza (Agriculture in the Trans-atlantic Trade and Investment Partnership) e, senza mezzi termini, arriva a concludere che avverrà un rovesciamento a favore degli Usa degli attuali scambi agricoli tra le due sponde dell’Oceano e le imprese medie e piccole europee (soprattutto le italiane) ne usciranno macellate. L’Europa importerà molto più cibo di quanto riuscirà a esportarne mentre si ridurranno le vendite intra-UE. Forse è per questo che Obama insiste molto nell’apertura nel settore agricolo e degli OGM e vuole escludere dal negoziato i servizi finanziari.

Tutti gli studi considerano le variabili in gioco all’interno di un insieme di scambi mondiali ritenuti globalmente in crescita e gli aumenti del PIL calcolati ne tengono conto. Non si sa quali sarebbero i dati reali se le interazioni previste con i Paesi terzi fossero meno positive del previsto. Si da comunque per scontato che, davanti all’aumento degli scambi intra-Atlantico, in tutti i settori assisteremo a una diminuzione degli scambi interni all’Unione, sostituiti da quelli con gli Usa.

Il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, audito nel 2014 dalla Camera dei Deputati italiana ha detto: “… Il Dipartimento del Commercio sta negoziando in assoluta segretezza senza informare nemmeno i membri del Congresso americano. La posta in gioco non sono le tariffe sulle importazioni tra Europa e Stati Uniti, che sono già molto basse… sono le norme per la sicurezza alimentare, per la tutela dell’ambiente e dei consumatori in genere. Ciò che si vuole ottenere con questo accordo non è un miglioramento del sistema di regole e di scambi positivo per i cittadini americani ed europei, ma si vuole garantire campo libero a imprese (soprattutto le multinazionali americane, ndr.) protagoniste di attività economiche nocive per l’ambiente e per la salute umana…”.

Davanti a questo scenario ci sarebbe da domandarsi perché e con quali vere motivazioni i politici nostrani insistono nel voler arrivare alla firma dell’accordo. Di questo, tuttavia, ci occuperemo in seguito.

Per ora limitiamoci a guardare cosa è successo con una simile intesa realizzata tra Usa, Canada e Messico: il NAFTA.

Clinton, maggior artefice della sua realizzazione, sosteneva che avrebbe creato 200.000 nuovi posti di lavoro l’anno e avrebbe aumentato il potere d’acquisto degli americani. L’Economic Policy Institute ha calcolato che sono invece stati persi negli Usa 700.000 posti di lavoro. Uno studio analogo effettuato in Canada ha valutato che anche lì il NAFTA ha distrutto altri 350.000 posti. In teoria, ne avrebbe guadagnato il Messico ove si sono trasferite molte delle aziende nord americane, se non fosse che in agricoltura è successo ciò che ci si aspetta per l’Europa: in otto anni i campesinos che sono stati estromessi dalle loro attività sono stati un milione e centomila. In compenso, i lavoratori canadesi e americani sono stati costretti ad accettare paghe più basse e i lavoratori statunitensi non laureati hanno visto diminuire il loro potere d’acquisto del 12,2 percento. I messicani poveri sono, contemporaneamente, aumentati dal 36 al 50 percento della popolazione. I beni di consumo sono aumentati di sette volte ma il salario minimo solo di quattro.

Proprio sull’esperienza negativa del NAFTA, sono sempre più i politici americani che cominciano a mettere in discussione l’accordo già firmato dal loro governo con i Paesi del Pacifico (Cina esclusa).

Se Clinton I ha così vistosamente “toppato”, Clinton II vorrà seguire, questa volta a spese nostre, l’esempio del marito?

* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.