di Valentino De Bernardis –

sudafrica impianto siderurgicoNubi sempre più scure si addensano all’orizzonte dell’esecutivo sudafricano. Se il biennio 2013-2014 è stato difatti caratterizzato da una profonda crisi del settore dell’estrazione mineraria (con importanti scioperi, manifestazioni e scontri di piazza, ufficialmente rientrati nella seconda metà del 2014), che ha messo in difficoltà il presidente Zuma durante gli ultimi anni del suo primo mandato, il periodo 2015-2016 non sembra essere scevro di altre importanti questioni che metteranno a dura prova i conti dello stato e la stabilità sociale nazionale. Uno dei temi caldi su cui il nuovo governo del rieletto presidente dovrà confrontarsi è rappresentato dalla crisi del settore siderurgico.

L’industria dell’acciaio è stato da sempre per Pretoria un importante asset strategico per la crescita dell’economia nazionale (il paese è il maggiore produttore dell’Africa Sub-Sahariana), tanto da fungere come volano allo sviluppo di altre industrie cardine del quadro economico sudafricano, vale a dire il comparto minerario, costruzioni, energie, infrastrutture e del settore automobilistico, con circa 190.000 lavoratori diretti e altri 100.000 dall’indotto ad esso collegato.

A seguito della crisi economica globale nata nel 2008, il settore siderurgico sudafricano però si è dimostrato incapace di attuare le adeguate contromisure necessarie a smaltire la riduzione della domanda di acciaio del mercato internazionale e di quello interno (il margine di profitto medio globale di acciaio è stato stimato al 0,5% dello scorso anno). A questi si sono aggiunti altri shock esogeni, primo su tutti il dumping cinese, che hanno messo in ginocchio l’industria dell’acciaio. La produzione sudafricana difatti è tornata allo stesso livello del 1998, inferiore del 38% rispetto a quello raggiunto nel 2007.

Per affrontare la crisi sistemica le principali aziende produttrici hanno già iniziato una politica di riduzione dei costi e diminuzione delle ore di di lavoro, per alcuni ritenuta un’anticamera ad una prima ondata di licenziamenti, e successivamente alla chiusura completa degli impianti. Sembra inoltre quindi logico, come per molti addetti ai lavori, che un crollo della siderurgia in Sud Africa possa tradursi come la fine del programma di industrializzazione del governo.

La necessità di evitare un tale scenario è stata al centro degli incontri di sindacati e datori di lavoro, che, in un tavolo congiunto di contrattazione, hanno chiesto al governo l’introduzione di una tariffa del 10%-15% alle importazioni di acciaio, con principale riferimento all’acciaio cinese che invade il mercato interno con prezzi bassissimi, impossibili da raggiungere per i produttori locali.

Nonostante le dichiarazioni del ministro dello sviluppo economico, Ebrahim Patel, di lavorare per rispondere alla crisi in tempi brevissimi, una soluzione di lungo periodo è lontana dall’essere adottata. La possibile introduzione di tariffe doganali sembra però trovare al momento pochi estimatori all’interno del governo, perché rischia di incrinare i rapporti con l’alleato asiatico, con cui Pretoria ha intrapreso un impegnativo percorso economico e geopolitico (non ultima la creazione lo scorso mese di luglio della New Development Bank in concorrenza al Fondo Monetario Internazionale). Se da un lato però il governo si trova costretto a precisi obblighi internazionali, dall’altro è bel consapevole che la perdurante crisi nella siderurgia potrà essere foriera di forti tensioni sociali. L’industria dell’acciaio è il principale datore di lavoro nei distretti di Newscastle, Germiston, Malahleni, Nkandla, e in ultimo Vanderbijlpark, a sud di Johannesburg, dove il 75% dei nuclei familiari dipende dal comparto siderurgico.

La riduzione della crescita economica nel secondo trimestre del 2015 e la volatilità del rand, accompagnate da una possibile ondata di licenziamenti in un paese dove la disoccupazione è pari a circa il 25%, potrebbero segnare l’inizio della fine del secondo mandato di Zuma, alimentando la crisi di voti che nell’ultima tornata elettorale ha colpito l’African National Congress.

@debernardisv