di C. Alessandro Mauceri –
L’Ocse ha appena diffuso le elaborazioni sui dati dell’ultimo rapporto Piaac. Dal lavoro dei ricercatori emerge che gli “analfabeti totali” (persone che non sanno neppure leggere il proprio nome o associare un oggetto disegnato al sostantivo scritto) e gli “analfabeti di ritorno” (quelli che, pur avendo imparato a leggere e scrivere non sono più in grado di farlo correttamente non avendo mai esercitato queste conoscenze) non esistono quasi più. Per contro cresce il numero di adulti con scarse “competenze di lettura”. E in questa graduatoria gli adulti italiani occupano i peggiori posti: la percentuale degli italiani di età compresa tra 16 e 65 anni con scarse capacità di lettura e comprensione di un testo arriva al 28 per cento, contro una media Ocse che non supera il 15 per cento. Una performance che pone l’Italia in ultima posizione, al pari della Spagna.
Impietoso il giudizio di Francesca Borgonovi, analista Ocse-Piaac, per la quale “Nonostante i miglioramenti dei livelli di istruzione dei più giovani registrati negli ultimi anni, l’Italia è in fondo alla classifica per quel che riguarda le competenze di lettura degli adulti, che comprendono il riconoscimento e la comprensione di una parola scritta, di una frase e di un periodo più complesso”.
Una delle cause di questa situazione preoccupante è il lifelong learning, la formazione continua. “Una volta completato l’obbligo di istruzione – ha spiegato la Borgonovi – sia i singoli che le imprese investono poco in formazione continua e, dunque, con il passare del tempo, si assiste a un vero e proprio degrado delle competenze”. Un degrado che secondo l’Ocse è dovuto principalmente “alle insufficienti politiche di sostegno”, “che non permettono ai lavoratori di trovare il tempo per frequentare corsi”, ma anche ad uno scarso “riconoscimento della formazione in termini di progressione salariale o maggiore benessere sul lavoro”. In altre parole, in Italia, essere colti non serve a molto dal punto di vista lavorativo e salariale. E per questo la gente rinuncia ad apprendere o, semplicemente, a non dimenticare ciò che ha imparato.
Le conseguenze sono molto gravi: anche i soggetti esaminati in grado di fornire risposte esatte ai test hanno impiegato il doppio del tempo per elaborare rispetto a quanto hanno fatto i soggetti in altri paesi.
Non sono poche le ripercussioni dal punto di vista sociale e geopolitico: in Italia oltre un quarto della popolazione (il 28 per cento) è di fatto escluso da qualsiasi attività sociale, politica e anche da qualsiasi possibilità di miglioramento economico e di partecipazione alla catena decisionale. E se i livelli di analfabetismo sono minori tra i giovani in età scolare, per gli adulti la situazione è preoccupante: per molti di loro la comprensione anche di concetti semplici appare impossibile.
Secondo gli esperti che hanno analizzato i dati, in Italia mancherebbero anche le basi per lo sviluppo. Nonostante la decisione di dotare molte scuole delle Lim, le lavagne elettroniche e di ricorrere a strumenti informatici durante il processo educativo, la conoscenza di questi strumenti resta molto bassa: la percentuale di adulti senza alcuna conoscenza informatica, in Italia, è intorno al 25 per cento a fronte di una media intorno al nove negli altri paesi Ocse. E il confronto è ancora peggior e in molti altri campi dove non esistono proprio i dati per il confronto con gli altri paesi.

