di Enrico Oliari –
La cancelliera tedesca insiste: se Erdogan introdurrà la pena di morte in Turchia, vi sarà la preclusione dell’adesione all’Unione Europea.
Lo ha ribadito oggi il portavoce della Merkel, Steffen Seibert, per il quale nella Turchia del dopo golpe “Quasi quotidianamente vengono introdotte nuove misure che sono contrarie a un modus operandi rispettoso dello stato di diritto e che non tengono contro del necessario principio della proporzionalità” della reazione.
D’altronde è evidente che quella in corso non è una semplice risposta ai golpisti, bensì una vera e propria “purga” in stile staliniano degli oppositori fedeli al partito “Alleanza per i valori condivisi” dell’imam Fethullah Gulen, miliardario e proprietario di media, tant’è che le cifre parlano da sole: 9.322 arrestati per il coinvolgimento diretto del tentato colpo di stato, ma anche 15.200 insegnanti della scuola pubblica sospesi, ritirata la licenza a 21mila insegnanti delle scuole private, chieste, da parte dello Yok (Consiglio per l’alta educazione) le dimissioni di 1.577 rettori, allontanati 9.777 impiegati del ministero dell’Interno, licenziati 1.500 funzionari del ministero delle Finanze, come pure 257 funzionari dell’ufficio del Primo ministro, sospesi 3mila giudici di cui due della Corte costituzionale, allontanati 9mila agenti di polizia e si potrebbe continuare a lungo per un totale di 45mila licenziamenti.
Per il giornalista Benjamin Harvey, redattore capo della filiale turca di Bloomberg, le cifre ufficiali sono in difetto, e sarebbero quasi 60mila le persone arrestate o dimesse dal proprio ruolo in pochi giorni.
Dell’altolà all’introduzione della pena di morte ne avevano già parlato i ministri degli Esteri al vertice di due giorni fa di Bruxelles, ma spicca su tutti la caparbia posizione della cancelliera tedesca, e forse non si tratta solo di una questioni di principio e di diritti umani.
Infatti Berlino non ha mai nascosto di aver digerito a fatica l’accordo dell’Unione Europea con la Turchia finalizzato sostanzialmente a che i migranti rimanessero entro i confini turchi, un accordo oneroso per un paese che è già stato meta di oltre un milioni di migranti.
Esso prevede che vengano riaperti i processi di adesione della Turchia all’Unione Europea, l’esborso di 6 miliardi di euro (400 milioni già consegnati, 500 milioni la parte complessiva italiana) alla Turchia per la gestione dei migranti e la sospensione dei visti per i cittadini turchi, che così potrebbero circolare liberamente nei territori dell’Unione e soprattutto in Germania, dove già oggi quella dei turchi è la più grande minoranza del paese con quasi 4 milioni di individui residenti.
E la Turchia – è bene ricordarlo – non è solo il paese del golpe di oggi e dei valori laici messi nel cassetto a fronte di un processo che apre le porte all’islamizzazione (nell’ottobre 2013 è stato tolto il divieto alle donne di portare il velo negli uffici pubblici), ma anche il paese che ha lasciato transitare decine di migliaia di foreign fighter, che ha procurato armi e beni ai ribelli siriani ma anche ai jihadisti di Jabat al-Nusra e persino fatto entrare il petrolio dell’Isis, e che oggi deve scontare il rischio del rientro, man mano che viene decimato il territorio dello Stato Islamico, di 10mila jihadisti dell’Isis con passaporto turco.
Erdogan, che ha già detto che sarà il Parlamento a decidere, sta insomma fornendo agli europei il casus per mandare all’aria l’accordo di marzo, forte della neanche tanto velata minaccia di riaprire le frontiere e di far invadere l’Europa dai migranti.
Resta da capire se, a fronte dei costi e soprattutto di avallare nel contesto europeo un paese dittatoriale e schivo dei principi del diritto, agli europei, alla gente comune, non convenga di più avere i profughi dei turchi.

