di Alessio Cuel –
Perché non l’ho fatto prima? Avrei dovuto farlo prima del secondo accordo di Oslo”. Yigal Amir si espresse così, parlando con il suo amico Dror Adani, mentre entrambi erano in custodia della polizia, nelle ore successive all’assassinio dell’ex primo ministro di Israele Yitzhak Rabin. Nessun rimorso, nessuna presa di coscienza rispetto a quanto era avvenuto: Amir non si pentì mai di aver ucciso il fautore degli accordi di Oslo, colpevole, ai suoi occhi, di aver cercato il dialogo, legittimando così il governo palestinese di Yasser Arafat.
Da allora sono passati esattamente trent’anni. Il 4 novembre 1995, alle 9:30 di sera circa, al termine di una manifestazione in favore del processo di pace e degli accordi di Oslo, l’allora premier israeliano Rabin fu freddato da due proiettili alla schiena; un terzo ferì la sua guardia del corpo, Yoram Rubin.
Rabin sapeva che il processo di pace israelo-palestinese non era ben visto da tutti in patria, sapeva che avrebbe incontrato l’opposizione della destra nazionalista e dei coloni residenti nei territori occupati. Quella sera a Tel Aviv, in Piazza dei Re d’Israele (che in seguito verrà ribattezzata in suo nome), Rabin si rese conto di quanto fossero estremiste, anche in patria, alcune frange di destra radicale rispetto al processo di pace. Proprio da questa fazione politica proveniva Yigal Amir, che mai si pentì dell’omicidio di Rabin e che, parlando con il suo interlocutore, rimpiangerà solo di non aver ucciso prima il premier israeliano.
Partiamo però dall’inizio, o meglio da quello che Amir considerava un vero e proprio affronto. Il 13 settembre 1993 passò alla storia come il giorno della stretta di mano, a Washington DC., tra Yitzhak Rabin, Bill Clinton e Yasser Arafat. Con la firma degli accordi di Oslo (la Dichiarazione di Principi), venne istituita l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), istituzione a cui veniva assegnato il compito di governare parte della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, e veniva previsto il reciproco riconoscimento di Israele e ANP. Gli accordi vennero poi puntellati, due anni dopo, nel settembre 1995, dai cosiddetti “accordi di Oslo 2”, che ampliavano il controllo territoriale palestinese ad altre parti della Cisgiordania. Nelle intenzioni, questo processo avrebbe dovuto portare gradualmente alla definizione di confini territoriali chiari, di un riconoscimento reciproco, all’istituzione di due stati per due popoli e, finalmente, alla definitiva rinuncia da entrambe le parti alla lotta armata e al terrorismo.
Non andò in questo modo. Poco più di un mese dopo il secondo accordo di Oslo, Rabin venne assassinato. Il clima di solidarietà e di consenso non durò molto e, qualche mese dopo la breve parentesi di Shimon Peres, entrerà in carica Benjamin Netanyahu. Nazionalista di destra, esponente del Likud, Netanyahu è il primo, tra i primi ministri israeliani, ad essere nato dopo la fondazione dello Stato di Israele nel 1948, oltre che quello in carica da più a lungo. Ha tre mandati alle spalle: dal 1996 al 1999, dal 2009 al 2021 e, infine, dal 2022 ad oggi. La storia recente la conosciamo: il 7 ottobre 2023, gli ostaggi, le decine di migliaia di vittime civili a Gaza e la catastrofe umanitaria.
Al sole post-estivo di Washington si contrappone oggi la scure dell’incombente inverno. Palestinesi senza casa vagano, nella propria terra, senza riconoscerne più i punti di riferimento. I più acerrimi nazionalisti della destra israeliana, in cuor loro, penseranno: “Che ci fate qui, a questo punto? Non c’è più nulla. Andatevene in altri paesi arabi disposti ad ospitarvi”. Sono passati trent’anni, Rabin non c’è più e Oslo è un ricordo lontano. La tenuta dei recentissimi accordi di Sharm el-Sheikh è estremamente fragile e incerta e, comunque, il dramma di chi ha perso tutto è reale e rimane lì.
In questi giorni ho pensato molto alla figura di Yitzhak Rabin. Soldato che divenne statista, guerriero per la pace. Rabin ebbe una fulgida carriera militare, e si congedò, dopo 27 anni nell’apparato di sicurezza e difesa, nel 1968 con il grado di capo di stato maggiore. Dopo una brillante carriera militare, divenne ambasciatore negli Stati Uniti, primo ministro, ministro della Difesa e persino premio Nobel per la pace nel 1994. Molti di quelli che i suoi commilitoni vedevano come nemici da distruggere, divennero per lui degli interlocutori con cui instaurare un dialogo, con cui stabilire confini e chissà, un giorno, intrattenere relazioni diplomatiche. Rabin è stato freddato, e noi siamo ancora al punto di partenza, o quasi.
Ho pensato molto a lui, dicevo, e all’importanza di confrontarsi con chi non la pensa come noi. Di cosa dovremmo parlare, dopotutto, con chi ha le nostre stesse idee? Di quanto i nostri pensieri collimano, di quanto siano belli e di quanto noi siamo i più bravi e i depositari della ragione?
Dal confronto con il diverso emergono spunti interessanti, nuove intuizioni; i più aperti possono perfino cambiare idea. E trovare, nelle ragioni dell’altro, un pezzo di sé andato perduto.
Ma tutto questo sembra troppo, per il dibattito pubblico, politico e giornalistico attuale. Troppo impegnato a cercare nemici da abbattere, piuttosto che avversari con cui confrontarsi.
La settimana scorsa, l’Università Bocconi aveva provato a organizzare un dibattito sulla libertà di parola e sul giornalismo, alla luce dell’attentato a Sigfrido Ranucci. Come i due invitati, Daniele Capezzone e Saverio Tommasi, anche Sigfrido Ranucci è un giornalista, e il dibattito avrebbe dovuto vertere sul confronto tra idee differenti tra due opinionisti, come Capezzone e Tommasi, il primo afferente alla destra e il secondo alla sinistra. Tommasi però si è negato al confronto, divulgando la sua decisione a mezzo social. Confrontarsi, secondo lui, avrebbe legittimato Capezzone, una parte del problema. Andare a discutere di libertà di parola e giornalismo con Capezzone, in altre parole, sarebbe stato, parole di Tommasi, “come discutere di Palestina con un colono israeliano”.
Leggere queste parole mi ha avvilito e rattristato. Rifiutare il confronto con il tuo avversario, rifiutare il dialogo, riporta molto indietro le lancette dell’orologio. Negargli legittimità, vederlo come un nemico, anziché come un avversario con cui confrontarsi.
E mi è tornato alla mente il buon Rabin. Come sarebbe andata se, invece che imbarcarsi per Oslo, avesse cambiato idea? Non sappiamo se sarebbe ancora vivo e se, parafrasando Ligabue, “avrebbe 103 anni e dei nipoti con cui litigare”. Ma ha fatto una scelta in libera coscienza, e non credo ci fosse una scelta migliore da fare. Non è andata come sperava, il clima politico in Israele e Palestina si è molto radicalizzato. Ma dentro molti israeliani e palestinesi, ne sono convinto, alberga ancora la speranza che si possa tornare a quel momento, a immaginare due popoli per due stati o, per lo meno, un futuro in cui tutti i popoli di quell’area possano convivere pacificamente.
Ma questo avverrà necessariamente attraverso il dialogo. E tutti, a tutti i livelli, dovremmo fare in modo di promuoverlo soprattutto con chi non la pensa come noi. L’opposto del dialogo è la polarizzazione: ognuno nella sua stanza a inveire contro il nemico. È questo che vogliamo?












