di Guido Keller –

Partiranno ufficialmente il prossimo 20 gennaio i sei mesi di prova dell’applicazione dell’accordo sul nucleare iraniano, raggiunto a Ginevra lo scorso 24 novembre fra l’Iran ed il “5+1” (Usa, Gb, Russia, Francia, Cina + Germania), il quale prevede lo stop alle sanzioni in cambio della rinuncia da parte di Teheran all’arricchimento dell’uranio oltre il 5%, soglia ben al di sotto del necessario per costruire armi nucleari.

I punti sono stati limati nell’incontro di Ginevra di tre giorni fa ed ora la strada appare in discesa; a Washington il presidente Obama, per tenere buoni gli alleati israeliani, continua tuttavia a fare la voce grossa, a far sapere che “non mi faccio illusioni sull’intesa finale, conscio di quanto sia difficile raggiungere” lo scopo di “impedire all’Iran la realizzazione della bomba nucleare”, benché questa “sia la prima volta da decenni che l’Iran” acconsente a “fare passi indietro su punti chiave del programma” atomico.

In realtà un Iran attivo nella scena internazionale e con piena funzione della propria economia conviene a tutti, anche agli Stati Uniti, dal momento che Teheran ha le potenzialità di stabilizzare l’area più marasmatica del pianeta, disordine per il quale gli Stati Uniti, a forza di guerre e di giochi diplomatici poco puliti, hanno la propria parte di responsabilità.

E conviene anche allo stesso Iran, dal momento che, come da accordi di Ginevra, a febbraio gli Stati Uniti verseranno i primi 550 mln di dlr a Teheran, parte di quei 4,2 mld bloccati in seguito ai pregressi dissapori fra i due paesi.

Il Dipartimento di stato americano, attraverso un suo responsabile, ha infatti reso noto che “Il calendario dei versamenti inizia il primo febbraio e i pagamenti saranno scadenzati su 180 giorni”, ovvero “i pagamenti avranno luogo ogni 34 giorni, ad eccezione dell’ultimo pagamento che cadrà il 180esimo giorno, vale a dire 33 giorni dopo il quinto pagamento”.