di Giuseppe Ianniello –
Dopo 11 anni su 13 di guerra l’Isaf, la Forza internazionale di assistenza alla sicurezza, è stata formalmente conclusa. La cerimonia di addio si è tenuta presso il quartier generale fortificato di Kabul, sotto la direzione del comandante dell’Isaf, il generale americano John Campbell. Il testimone passa ad una nuova missione composta soprattutto da militari statunitensi e, in piccola parte, della Nato, per un totale di 12.500 uomini, inseriti in una nuova missione di assistenza e formazione, la “Resolute Support”.
In occasione della cerimonia, che è stata tenuta segreta fino all’ultimo per il timore di attentati, Campbell ha affermato che “abbiamo portato gli afghani fuori dall’oscurità e dalla disperazione, e dato loro una speranza per il futuro”, e che “con la nuova missione Resolute Support non vi sarà mai più un ritorno ai giorni bui del passato”.
L’intesa con il governo afgano era stata siglata lo scorso 30 settembre dall’ambasciatore Usa, James B. Cunningham, e dal consigliere per la Sicurezza nazionale dell’Afghanistan, Hanif Atmar e, tra le altre cose, prevede che i militari statunitensi non siano soggetti alle leggi afghane per eventuali reati. Nell’occasione era stato firmato l’accordo con la Nato, denominato Sofa (Status of Forces Agreement), che permette all’Alleanza di proseguire l’impegno in Afghanistan con una missione numericamente ridotta, alla quale partecipano 14 paesi.
Il precedente presidente dell’Afghanistan, Hamid Karzai, si era strenuamente opposto ad un accordo di questo genere, motivo per cui era caduto in disgrazia agli occhi di Washington ed era stato persino tenuto fuori dalle trattative fra la Nato e i talebani che si sono svolte a Doha, in Qatar. Più duttile si è rivelato Ashraf Ghani, il quale è oggi, di fatto, una longa manus degli Usa: in cambio del sostegno nella corsa alla presidenza, ha accettato di buon grado la contestata intesa. In occasione della firma dei trattati Ghani ha dichiarato che “Questi accordi sono nel nostro interesse nazionale e non rappresentano una minaccia per nessun Paese vicino”.
Compito principale della Resolute Support sarà quello di prestare assistenza, consulenza e formazione ai 350.000 uomini delle forze di sicurezza afghane, ma già gli Usa hanno inserito nell’intesa una clausola nel contratto che permetterà ai propri Marines di intervenire in modo eccezionale nel territorio afghano per operazioni anti-terrorismo.
L’Isas fa perso dal 2001 ad oggi 3.485 militari, di cui 48 italiani; nel 2011 la missione contava 130.000 soldati provenienti da 50 paesi diversi. Già Obama aveva detto in occasione del discorso di Natale che “Tra qualche giorno la nostra missione di combattimento in Afghanistan sarà finita, la nostra guerra, la più lunga, avrà termine in maniera responsabile”.
Tuttavia la costatazione che è lecito fare è quella di una guerra che non è servita a nulla, se non ad ottenere nell’area una base militare in una zona importante dal punto di vista strategico e che permette agli Usa di avere basi dal Marocco al Kirghizistan senza soluzione di continuità, se non per la Siria e l’Iran. Secondo una stima delle Nazioni Unite, i civili vittime della guerra nel 2014 sono aumentati del 19%, raggiungendo a fine novembre i 3.188 morti e, durante i primi 10 mesi del 2014, i caduti tra i poliziotti ed i soldati afghani sono stati 4.600; le Nazioni Unite hanno fornito una notevole quantità di fondi per contrastare la minaccia del terrorismo, molti di quei soldi sono però spariti per via della forte corruzione.
Accanto a questo vi è la realtà di un paese che esce dal controllo delle autorità politiche, di fatto ancora in mano ai talebani. A oltre tre mesi dal suo insediamento, Ghani non è riuscito a fare un vero e proprio governo con una lista di ministri a causa della lotta che lo oppone al suo ex rivale nella corsa alle presidenziali, l’ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah, oggi premier su diretto interessamento del Segretario di stato usa John Kerry, il quale ha voluto così tentare, fino ad oggi senza successo, un governo (fantoccio) di unità nazionale.
Non solo, nella realtà delle cose i talebani e i membri del Fronte islamico per la salvezza dell’Afghanistan continuano ad avere il pieno controllo del paese, ed è addirittura aumentata in modo consistente la coltivazione dell’oppio, uno degli elementi usati per giustificare la missione Isaf: secondo i dati dell’Ispettorato generale speciale per la ricostruzione in Afghanistan, infatti, le piantagioni di papavero da oppio avrebbero raggiunto la maggiore estensione di sempre. E i campi che anno dopo anno vengono convertiti in colture di papavero da oppio sono passati da 193.000 ettari del 2007 ad oltre 209.000 dell’ultimo anno (fonte UN Office on Drugs). Un giro di affari che solo in Afganistan ha raggiunto cifre da capogiro: 3 miliardi di dollari (erano 2 quelli calcolati nell’ultimo rapporto). (1)
E mentre il primo ufficiale dei Marines a mettere piede in Afghanistan ha dichiarato pomposamente che “Noi siamo abbastanza fieri di quello che abbiamo fatto qui”, più realisticamente il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid ha dichiarato che “noi non valuteremo colloqui di pace fino a quando ci saranno truppe della Nato sul nostro territorio” e che “I 13 anni di missione Nato sono stati un fallimento assoluto in Afghanistan, la cerimonia di oggi segna l’epilogo di questo”.
Note.
(1) Cfr: C. Alessandro Mauceri, “Afghanistan. Dove a proliferare non è la democrazia, ma l’oppio” – Notizie Geopolitiche, 23 ott 14;

