di C. Alessandro Mauceri –
Lo scorso 8 dicembre a Kabul la Nato ha ammainato la bandiera della missione Isaf, Forza Internazionale di Assistenza alla Sicurezza. “Un momento storico” ha detto il comandante americano John Campbell: è stato l’ultimo giorno della missione ONU in Afganistan (anche se gli USA e l’Italia hanno detto che prolungheranno la loro permanenza nel Paese). Dall’11 agosto 2003, hanno combattuto in Afganistan oltre 100.330 militari appartenenti a contingenti di 50 Paesi. È stata la prima missione militare extraeuropea dell’Alleanza Atlantica dopo che il vertice di Praga del novembre 2002 aveva stabilito, nell’ambito di un approccio globale per la difesa contro il terrorismo, che le forze dell’Alleanza possano intervenire anche fuori dall’area dei Paesi membri qualora i suoi interessi lo richiedano.
Un giorno storico, quindi, l’ultimo giorno di questa missione e, come è naturale attendersi, tempo di bilanci.
Anche perché la missione che ha avuto un peso non indifferente per tutti i Paesi che vi hanno partecipato: sono stati più di tremila i militari (la maggior parte americani, ma anche molti inglesi e 53 italiani) che hanno perso la vita per restituire la democrazia al Paese. I feriti non si contano: sono diverse decine di migliaia (oltre 19.656 solo tra gli americani).
Impressionante anche il numero dei civili morti durante gli scontri: solo nel periodo da gennaio a giugno 2014, sono stati 1.564 i morti e 3.289 i feriti tra la popolazione civile, come ha spiegato Georgette Gagnon della missione ONU in Afghanistan, citando i dati del ‘2014 Mid-Year Report on Protection of Civilians in Armed Conflict’. Solo durante il ballottaggio delle ultime elezioni democratiche che si sono tenute pochi mesi, i morti fa sono stati 227. Non pochi per un Paese in cui avrebbero dovuto essere reintrodotte democrazia, pace e libertà.
Eppure gli ultimi tredici anni di guerra erano iniziati (e sono continuati) dietro l’alibi della necessità di salvare la popolazione da una situazione socio-politica terrificante. Ma era davvero così brutta la situazione in Afganistan? L’immagine che spesso viene data di questo Paese è quella di una landa desolata semidesertica in cui si rifugiano, si preparano e cospirano orde di terroristi della peggior specie. E per di più, in cui vige un estremismo musulmano che rende la vita quasi impossibile. Niente di più sbagliato: negli anni Sessanta, prima dell’invasione da parte dell’Unione Sovietica e poi da parte dei Paesi guidati dagli USA, nessuno aveva imposto la sharia, la legge islamica, nessuno (se non una sparuta minoranza) parlava di integralismo religioso e la capitale Kabul era più simile a una grande città occidentale di quanto si possa pensare. Poi qualcuno ha deciso che necessario imporre la democrazia a questo Paese. Prima la Russia, poi, negli ultimi tredici anni, le Nazioni Unite. Missioni che sono costate molto, e non solo in termini di vite umane. Dal 2002 ad oggi sono stati spesi miliardi e miliardi di dollari. Soldi che non hanno aumentato la democrazia nel Paese (lo dimostra quanto è avvenuto con le ultime elezioni presidenziali). Soldi che non sono riusciti a contrastare la coltivazione e il commercio di papavero da oppio (secondo i dati più recenti, l’Afganistan è riuscito proprio nell’ultimo periodo a diventare leader indiscusso del mercato mondiale). Soldi che non sono serviti a risolvere neanche i contrasti interni tra le varie etnie presenti sul territorio (lo prova il fatto che gli attentati sono cresciuti proprio in concomitanza con le ultime elezioni segno che l’accordo tra i vari gruppi non c’è).
In un recente report un giornalista afgano ha detto che spostarsi in auto da una città all’altra, è praticamente impossibile, le strade sono pericolosissime. Imboscate e attentati sono sempre dietro l’angolo. Il nuovo presidente Ghani ha detto: “Il nostro popolo, tutto il nostro popolo, civili e militari, in tutti i luoghi pubblici, nelle moschee e nei mercati, nelle strade e nelle scuole, è continuamente esposto a vili attacchi di un terrorismo ormai divenuto routine. Raccogliere i corpi dei bambini assassinati in un campo di gioco, o parlare con il padre di una ragazza fatta esplodere nella sua scuola, vuol dire vivere tutti i giorni la morte dei valori di pace e tolleranza della società musulmana”.
A ben guardare, però, qualche segno le missioni di pace lo hanno lasciato. Uno di questi è l’aumento dei morti a causa dell’uso indiscriminato dei droni. Lo ha dichiarato la stessa Unama, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan, che ha denunciato che il numero di civili uccisi in seguito ad attacchi dei droni, dal 2012 al 2013, è più che triplicato. L’Unama ha individuato decine di “incidenti” causati da “possibile negligenza” da parte delle truppe internazionali nel condurre questo tipo di operazioni e ha espresso una forte preoccupazione per “l’apparente incapacità delle forze militari internazionali di confermare l’identità e/o lo status degli uomini che accompagnavano il combattente preso di mira dalle forze militari internazionali”.
Anche il numero di vittime civili è aumentato: come ha denunciato Emergency, i centri chirurgici della Ong fondata da Gino Strada, hanno dovuto ospitare nell’ultimo periodo il 38% in più rispetto all’anno precedente e il 60% in più rispetto al 2011. Molti dei pazienti sono feriti da schegge o da mine rimaste inesplose.
Nel frattempo, in Afganistan, è stato diagnosticato il primo caso di poliomielite dalla caduta dei talebani, nel 2001. Nel Paese, la polio e’ una malattia endemica, ma sembrava essere stata ormai quasi debellata nelle città. Il peggioramento delle condizioni di vita e molte altre cause (alcune delle quali strettamente legate alla presenza di una guerra sul territorio), unitamente al fatto che gli estremisti islamici ostacolano le campagna di vaccinazione, hanno fatto sì che questa malattia si ripresentasse.
Sotto il profilo politico l’Afghanistan è un Paese ancora altamente instabile: la frequenza e l’intensità degli attentati talebani, non solo non diminuiscono, ma sono in crescita. Nonostante le ultime elezioni di qualche mese fa, il Paese è ancora instabile (senza contare che Abdullah Abdullah, sconfitto alle ultime presidenziali, ha denunciato, inascoltato, frodi elettorali).
La verità è che dopo tredici anni di guerra si è tornati alla situazione del 1989: quando i sovietici si ritirarono, dopo dieci anni di occupazione, lasciando il Paese in una situazione peggiore di quella in cui lo avevano trovato. Poco dopo scoppiò la guerra civile e cinque anni dopo i talebani presero il potere.
Ora la situazione si ripete con Stati Uniti e alleati a cercare di imporre le proprie decisioni al popolo afgano.
Parlare di fallimento per questa missione forse sarebbe sbagliato. Di certo, però, nessuno dei risultati raggiunti potrà mai giustificare le migliaia di morti, molti dei quali civili, causate dall’invasione dell’Afganistan.
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