di Stefano Latini

Svolta imprevista nelle relazioni diplomatiche, e militari, tra Kabul e Washington. Proprio in questi giorni, infatti, l’Esecutivo afghano, con in testa il ministro delle Finanze Gul Maqsood Sabit, ha avviato serrati controlli fiscali su diversi contratti che legano decine di società estere private all’operazione Nato guidata dagli Usa e tuttora in corso. Si tratta in massima parte di aziende statunitensi che, secondo quanto stipulato in un accordo generale di programma sottoscritto prima del ritiro progressivo delle truppe Usa-Nato dal territorio afghano, avrebbero comunque continuato a fornire beni e servizi necessari alle truppe che sarebbero restate entro i confini afghani, in pratica ad oggi circa 10mila unità, con il compito di addestrare le truppe nel nuovo esercito afghano e di ricostruire un apparato amministrativo adeguato alle necessità del Paese e alla sua ricostruzione. Alcune clausole contenute in questo contratto di programma facevano riferimento ad una serie di esenzioni fiscali di cui queste aziende partner dell’operazione Nato avrebbero potuto beneficiare. Ed è proprio qui, sul valore temporale e di contenuto delle esenzioni che il Governo afghano ha sollecitato una generale revisione dello schema approvato in passato, pretendendo dalle società interessate il pagamento di centinaia di milioni di dollari che il ministero delle Finanze ritiene dovute ma non versate, quindi di fatto evase.

Il tesoro delle società a contratto, quanto vale il business di guerra.

Per comprendere la posta in gioco, e la forza delle parti al centro della disputa fiscale, è necessario fare un passo indietro. Le società a contratto, in accordo con quanto sottoscritto negli accordi e nei patti siglati al culmine del conflitto, avrebbero svolto il ruolo di operatori di supporto a tutte le necessità d’un corpo d’armata di 100mila unità. Trasporti, erogazione di servizi, attività di security, distribuzione di beni, acquisto e ridistribuzione di materiali, cure e servizi di soccorso medico-sanitario, consulenze varie ecc. Insomma, queste aziende ad un costo che in un decennio ha raggiunto circa 20 miliardi di dollari, hanno provveduto ai rifornimenti continui e all’assistenza richiesta da 100mila unità coinvolte in attività di combattimento e controllo del terriotorio. Queste somme erano legate alla sottoscrizione e al rinnovo di specifiche licenze. Ora, dato l’emergere d’un significativo danno erariale per le casse afghane, il ministero delle Finanze ha minacciato il congelamento delle licenze fino a risoluzione avvenuta della querelle fiscale. Questo significa che le 10mila unità Nato-Usa ancora sul suolo afghano incontreranno, potrebbero incontrare, problemi in materia di rifornimento, servizi, comunicazioni, trasporto e assistenza.

La posta in gioco, centinaia di milioni di dollari.

Naturalmente, le grandi società “contractors” si difendono, sostenendo che i mancati pagamenti in realtà sono dovuti alla semplice applicazione delle clausole contrattuali firmate all’epoca anche dal Governo afghano. Ma è proprio qui che il ministero delle Finanze eccepisce, sostenendo che lo schema di esenzione previsto è stato abusato dalle società interessate e che, al contempo, il contratto va rivisto nella sua generalità soprattutto economica dato il cambiamento di scenario. La tesi afghana in particolare punta allo sblocco di centinaia di milioni di dollari che le società a contratto dovrebbero subito pagare al fisco afghano, mentre sul versante della negoziazione l’obiettivo è di giungere quanto prima alla riscrittura d’un nuovo contratto, più favorevole e meno oneroso del precedente.

La soluzione in vista, meno soldi ai contractors, più risorse agli afghani.

Naturalmente gli Usa non hanno mancato di ribadire la realtà contrattuale delle clausole che prevedono le esenzioni per le società a contratto, però hanno anche accolto le richieste del Governo afghano rinviando a settembre l’apertura d’un nuovo fronte di negoziati al fine di risolvere e appianare completamente la questione riguardante i contractors. Di fatto gli Usa hanno riconosciuto che oggi, dato il quadro attuale del Paese, la disponibilità di centinaia di milioni di dollari extra ogni anno è determinante, se non decisiva, per compiere un passo avanti significativo sulla via della ricostruzione del Paese, della società e d’un servizio di welfare capace di soddisfare le esigenze di base della popolazione. Insomma, è probabile che i profitti extra delle società a contratto saranno sacrificati, in realtà semplicemente scalfiti, rispetto alle esigenze superiori di cassa afghane.