di C. Alessandro Mauceri –

Il 2 dicembre 2009, in un breve discorso tenuto nei locali del teatro Eisenhower, all’interno dell’Accademia Militare di West Point, Barak Obama annunciò che continuare a combattere in Afghanistan non aveva più alcun senso e che la missione sarebbe finita entro tre anni. Le truppe americane (e quelle alleate) invece non hanno mai lasciato il paese. Anzi, lo scorso dicembre il presidente degli Usa, a mandato quasi scaduto, ha cambiato completamente rotta e ha deciso di spedire altri soldati in Afghanistan. Ha anche invitato gli alleati a fare altrettanto, e l’Italia non se lo è lasciato dire due volte, inviando diverse centinaia di soldati facenti parte del contingente della Nato dell’Unama.

La verità è che a distanza di quindici anni dall’inizio della “missione” (non è mai stata formalmente dichiarata guerra e i bombardamenti sono sempre stati giustificati affermando il “diritto all’autodifesa attraverso l’azione preventiva”), la guerra non è finita. E così le conseguenze per la popolazione civile. A dimostrarlo sono i numeri diffusi dalle Nazioni Unite in un rapporto che parla di “quantitativo record” di vittime civili tra gennaio e giugno 2016. La situazione è peggiorata: il bilancio dei civili morti o feriti negli scontri è aumentato, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Nei primi sei mesi del 2016, sono stati 5.166 gli effetti collaterali di questa guerra (più di 1.600 morti e 3.565 feriti). A denunciarlo è stato Tadamichi Yamamoto, rappresentante speciale delle Nazioni Unite in Afghanistan: “I cittadini sono colpiti mentre pregano, mentre lavorano, mentre studiano, mentre si spostano per andare a cercare acqua potabile, o mentre escono dagli ospedali”. Sempre secondo le Nazioni Unite, queste cifre potrebbero essere sottostimate. Dal 2009 (anno in cui gli USA e gli alleati avrebbero dovuto iniziare il ritiro) ad oggi, si stima che le vittime tra i civili siano almeno 64mila vittime (23mila morti e 41mila feriti). “Famiglie che hanno perso il capofamiglia, costringendo i bambini a lasciare la scuola e lottare per far quadrare i conti; autisti che hanno perso le sue gambe, uomini che erano andati al bazar per fare acquisti per i propri bambini e che tornati a casa li hanno trovati morti”, sono queste le parole usate da Yamamoto per descrive cosa sta succedendo in Afghanistan. “Schiene spezzate e gambe rotte che non sono mai state curate perché le famiglie non possono permettersi il costo delle cure mediche; genitori che hanno raccolto i resti del figlio in un sacchetto di plastica”. È la cosa più grave è che di queste 5.166 “storie”, un terzo riguardano bambini. E questo solo negli ultimi sei mesi. Una situazione, che Yamamoto ha definito preoccupante e vergognosa. Ma alla quale nessuno pare voler porre fine.