di Guido Keller –
I caccia statunitensi hanno colpito per la prima volta postazioni dell’Isil, cioè di quello “Stato Islamico” che controlla ormai parte della Siria e dell’Iraq, nei pressi di Baghdad, in una zona situata a sud-est della capitale irachena; un attacco simile vi è stato a Sinjar, città a maggioranza yazida e curda nel nord-est del paese.
La novità dell’intervento effettuato nei pressi di Baghdad è rappresentata dal fatto che è avvenuto su richiesta dei militari iracheni e non, com’è stato fino ad oggi, per proteggere gli interessi e il personale Usa, per aiutare gli sfollati e per garantire la sicurezza delle infrastrutture.
Si tratta quindi della prima azione Usa di vera e propria guerra all’Isil, come il presidente Barak Obama aveva annunciato e com’è stato stabilito alla Conferenza di Parigi di lunedì, presieduta dal presidente francese Francois Hollande e dall’omologo iracheno Fouad Masum. A Parigi vi erano una trentina di nazioni che, in misure anche diverse, hanno manifestato la disponibilità a combattere fattivamente contro lo Stato Islamico di al-Baghdadi; l’Italia, come ha specificato il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, non invierà aerei per i raid, bensì “armi, munizioni e soprattutto materiale per il sostegno umanitario, che è una priorità”.
Delle 30 nazioni vi erano 13 membri dell’Alleanza Atlantica e una decina del mondo arabo, ovvero l’Arabia Saudita, il Libano, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, l’Egitto (che ha già detto di volersi concentrare sulla presenza dei terroristi nel Sinai), la Giordania, l’Oman, il Kuwait e il Qatar. Proprio quest’ultimo paese, alleato di ferro dell’Occidente e grande investitore in Usa e Ue, è stato il massimo finanziatore dell’Isil che, di fatto, aveva contribuito a dar vita in un’azione congiunta con gli Usa quale opposizione a Bashar al-Assad nel conflitto siriano. Come, tuttavia, hanno dimostrato i fatti, la cosa è poi sfuggita di mano e i miliziani dell’Isil, appoggiati da frange di al-Qaeda, hanno dichiarato guerra proprio all’Occidente.
Anche la Turchia, che per lungo tempo ha rappresentato la zona di passaggio dei combattenti dal Nordafrica e dall’Europa diretti a ingrossare le file dell’Isil, ha cambiato oggi posizione e, oltre ad aver annunciato nei giorni scorsi di aver fermato numerosi jihadisti diretti in Siria, oggi, a tre anni dalla nascita dell’Isil, ha espresso la sua intenzione di costituire zone cuscinetto al confine con Siria e Iraq per frenare le infiltrazioni di miliziani jihadisti e controllare il flusso dei profughi.
La Turchia ha comunque rifiutato negli ultimi giorni di prendere parte ad una possibile azione militare internazionale contro i miliziani dello Stato Islamico.
Resta invece da sciogliere il nodo dell’Iran, paese confinante con l’Iraq e attore di primo piano nel Medio Oriente: nonostante sin dall’inizio la Casa Bianca abbia sempre detto di no a qualsiasi alleanza con Teheran nell’azione di lotta allo Stato islamico, il Segretario di Stato Usa, John Kerry ha fatto sapere che gli Stati Uniti sono interessati a scambiare comunicazioni riservate sulla crisi in Iraq.
A Washington preme la cooperazione contro l’Isil dell’Iran, in quanto paese preparato militarmente e con un servizio di intelligence sviluppato, tant’è che già ora viene data per certa la presenza in Iraq del generale iraniano Qasem Suleimani, capo delle brigata d’elite al-Quds del Corpo dei Pasdaran, come pure di alcune centinaia di pasdaran “guardiani della Rivoluzione”.
Tuttavia i paesi arabi, quindi sunniti, presenti al vertice di Parigi hanno già dichiarato che nel momento in cui l’Iran (sciita) si unisse alla lotta organizzata contro l’Isil, uscirebbero dalla cooperazione.
Ad approfittare della situazione potrebbe essere a Russia, che è alleata di Damasco e che a Tartus ha una fornitissima base navale e militare, fino a poco fa l’unica in un panorama che dal Marocco al Kirghizistan, con esclusione di Siria e Iran, vedeva basi statunitensi: come ha spiegato a Parigi il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov, la Russia fornirà assistenza militare e altre forme di assistenza alla Siria e all’Iraq nella guerra al terrorismo.
Gli Stati Uniti e l’Ue hanno sempre paventato che prendere iniziative in Iraq contro l’Isil avesse di fatto dato il via libera ad un’azione di Mosca, che avrebbe avuto come effetto la diminuzione della pressione dei gruppi qaedisti e delle opposizioni sull’esercito di Damasco.

