di Guido Keller –

A distanza di due giorni dal blitz, deciso in modo unilaterale dell’esercito e dall’aviazione algerina contro i sequestratori del commando jihadista di al-Qaeda Aqmi che ha attaccato il sito di estrazione del gas di In Amenas, le notizie continuano a pervenire confuse quando non contraddittorie.

Di certo vi è che l’azione, condotta anche con elicotteri, ha causato la morte di numerosi ostaggi, anche di diverse nazionalità, ma le cifre sono al momento ancora poco chiare, tanto che individua in 12, chi in oltre 40 il numero degli ostaggi uccisi. Oltre 600 lavoratori, per lo più algerini, sono stati rilasciati ancora nella giornata di ieri.

Secondo Algeri, del commando sequestratore, arrivato dalla Libia, facevano parte, oltre ad algerini, anche egiziani, tunisini e un francese, mentre secondo l’intelligence statunitense, l’attacco sarebbe stato pianificato ancora prima dell’intervento in Mali. Stando ad una fonte mauritana, gli jihadisti sarebbero invece giunti dal Niger.

Le ultime notizie parlano delle perquisizioni ancora in corso presso l’ampio impianto di In Amenas nel tentativo di scovare terroristi che si possono essere nascosti negli anfratti delle tubature, come pure si continuano a cercare numerosi ostaggi che mancano all’appello.

La Romania ha comunicato che tre suoi cittadini sono stati ritrovati sani e salvi, mentre gli Stati Uniti hanno confermato che un loro cittadino è rimasto ucciso nell’attacco: si tratta del texano Frederick Buttaccio.

Accanto alle proteste di diversi paesi per la decisione unilaterale da parte dell’Algeria di intervenire con un blitz sul sito di In Amenas, si registra oggi la dura condanna del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per l’attacco operato dagli jihadisti, decisione che assume rilievo poiché al momento  è il Pakistan a presiedere l’organismo internazionale.

Curioso il battibecco fra la Casa Bianca ed il Pentagono, con Obama che chiede di verificare se gli elementi radicali presenti nell’Azawad (al confine con l’Algeria) rappresentano un rischio significativo, tale da provocare una reazione militare, mentre il Pentagono e gli alti ufficiali mettono in guardia sul fatto che in assenza di azioni intraprese dagli Usa, il Mali potrebbe diventare un rifugio per gli estremisti, simile a quello che è stato l’Afghanistan prima degli attacchi terroristici dell’11 settembre.

Nel frattempo la Libia e l’Egitto hanno annunciato di aver rafforzato le misure di sicurezza presso gli impianti estrattivi, mentre l’Algeria ha annunciato di aver rifiutato il supporto della Nato per risolvere la crisi di In Amenas.