
di Riccardo Renzi –
Il vertice di Anchorage tra Vladimir Putin e Donald Trump ha segnato una svolta nella percezione globale del conflitto ucraino e della postura internazionale degli Stati Uniti. Se in Occidente, Italia esclusa, molti media hanno parlato di “trionfo diplomatico” per il leader del Cremlino, è perché Putin ha colto appieno l’occasione per ribaltare simbolicamente la narrazione dominante: ha ottenuto legittimazione, visibilità e un secondo round a Mosca senza concedere nulla sul piano sostanziale. Trump, da parte sua, ha cercato un’intesa che non è arrivata, lasciando spazio a un racconto di “progressi” privi di contenuto vincolante. Il summit ha mostrato una Russia che si sente più forte, un’America che tenta di mediare in solitaria, e un’Europa relegata al ruolo di spettatrice disallineata e afona. Questo articolo analizza l’incontro attraverso le sue implicazioni geopolitiche, i segnali emersi nel linguaggio diplomatico, le conseguenze per l’Ucraina e la crisi di coerenza dell’Occidente stesso.
Il tanto atteso faccia a faccia tra Vladimir Putin e Donald Trump ad Anchorage si è chiuso senza una firma, senza un testo, senza una roadmap. Ma il vero punto non è ciò che è mancato, bensì ciò che è emerso: la centralità della Russia, che ha giocato la partita sul piano della forma, consapevole di quanto il linguaggio visivo conti nella geopolitica contemporanea.
Tappeto rosso, sorvolo simbolico di un B-2, stretta di mano trasmessa in mondovisione, cerimoniale impeccabile in una base militare americana: Putin ha ottenuto ciò che cercava, e cioè una legittimazione scenica. Una coreografia studiata, non un’esibizione di alleanza, ma un invito a trattare da pari.
Nonostante la narrazione americana parli di “progressi”, la realtà diplomatica è più cruda. Nessun cessate-il-fuoco è stato raggiunto, nessun vincolo imposto alla Russia. Putin lo ha detto tra le righe, e forse anche oltre: nessuno si illude più sulla possibilità di una resa diplomatica di Mosca. Nemmeno Trump.
Il presidente USA ha dichiarato che “il deal non c’è finché non c’è il deal”. Ma il messaggio implicito, lanciato a Kyiv e alle capitali europee, è chiaro: “ho fatto il possibile, ora tocca a voi”.
Per Mosca, questa è la conferma che il tempo gioca a favore del Cremlino. La Russia sa di poter gestire il logoramento, sa che l’Occidente fatica a industrializzare una strategia difensiva, e soprattutto sa che la narrativa del “collasso imminente” di Mosca è ormai politicamente e mediaticamente svuotata.
Trump ha rivendicato “progressi su molti punti”, ma ha ammesso che “servirà il consenso di tutte le parti”. Una formula nota nel linguaggio diplomatico, ma che sottende una realtà scomoda: il vertice è servito più a ridefinire i ruoli che a risolvere problemi.
Gli Stati Uniti, in questo contesto, si muovono in bilico tra realpolitik e politica domestica. L’ombra che aleggia sul presidente USA non è solo quella della debolezza strategica, ma anche quella della dipendenza, intellettuale o personale, da una visione del mondo che normalizza Putin e marginalizza l’Europa.
La nota congiunta dei leader UE, pubblicata post-vertice, si distingue più per il suo tono idealista che per incisività strategica: ribadire che “la Russia non può avere potere di veto sull’Ucraina” o che “spetta a Kyiv decidere” equivale oggi a enunciare principi che non hanno più forza negoziale.
Nella pratica, quei punti sono usciti dai tavoli di Washington e Mosca da almeno tre mesi. L’Europa insiste su una linea che non incide più sul terreno, né politico né militare. A questo si aggiunge l’assenza di un ruolo operativo nei colloqui e l’impossibilità di imporsi come interlocutore credibile tra le parti.
Forse il messaggio più duro del vertice di Anchorage è proprio questo: l’Ucraina è stata esclusa dai giochi decisionali, ridotta a spettatrice o, peggio, a variabile negoziale.
Trump ha promesso di contattare Zelensky per aggiornarlo, ma la sostanza è che Kyiv non ha partecipato al vertice più importante degli ultimi mesi sul proprio destino. E il rischio è che venga chiamata a ratificare accordi presi altrove, con condizioni dettate da attori che oggi percepiscono il conflitto più come un problema di gestione globale che come una guerra di aggressione.
Putin ha portato ad Anchorage il meglio del suo repertorio tattico: apprezzamenti personali (“con te alla Casa Bianca, questa guerra non sarebbe mai iniziata”), gesti simbolici (il riferimento ai soldati sovietici sepolti in Alaska), provocazioni sottili (mezzi militari russi nella base americana), fino all’invito finale: “La prossima volta a Mosca”.
È chiaro che per il Cremlino la guerra in Ucraina non è ancora da chiudere. Perché – come spesso accade – una guerra non si chiude quando si vuole la pace, ma quando si crede di poter vincere.
Il vertice ha anche mostrato quanto la diplomazia contemporanea sia divenuta performativa, fatta di immagini più che di contenuti. E in questa arena, Putin è maestro. Ha recitato il ruolo del vicino ragionevole, del partner affidabile, dello statista freddo ma collaborativo. E soprattutto: non ha dovuto cedere nulla.
Il risultato più profondo del vertice non riguarda la guerra in Ucraina, ma la ridefinizione degli equilibri globali. L’Occidente, così come si è raccontato per tre anni – unito, risoluto, coeso – esce da Anchorage come un’entità disallineata e in crisi di coerenza. Gli Stati Uniti trattano da soli, l’Europa parla da sola, l’Ucraina è lasciata sola. E Mosca, da “gigante di carta”, diventa interlocutore necessario.
Il vertice di Anchorage non ha prodotto un accordo. Ma ha prodotto una fotografia cruda della realtà geopolitica attuale:
– La Russia detta il ritmo. Non perché abbia vinto, ma perché ha resistito.
– Gli Stati Uniti cercano una via d’uscita sostenibile, prima delle elezioni e senza perdere la faccia.
– L’Europa è ancora legata a principi che il terreno ha eroso.
– L’Ucraina rischia di essere un oggetto negoziale più che un soggetto sovrano.
Il tempo delle illusioni è finito. Ora, o l’Occidente si ristruttura strategicamente – industrializzando la difesa, chiarendo le sue linee rosse, coordinando i propri attori – o verrà tagliato fuori da ogni tavolo che conta.
Il vertice è stato anche un monito sul fronte economico: i 50 miliardi del G7 per Kyiv non bastano a cambiare l’equilibrio militare, mentre Mosca, pur colpita da sanzioni, continua a generare profitti dagli asset congelati. Il costo opportunità per la Russia esiste, ma non è letale. Il supporto europeo all’Ucraina, invece, è oggi sostenibile solo grazie agli interessi generati da quei fondi bloccati.
Anchorage è stato uno specchio: riflette il declino della narrazione unipolare e l’ascesa di una diplomazia multipolare fatta di cinismo, interessi e simboli.
Chi controlla tempo, industria e cash flow detta la musica. Il resto è coreografia.











