di Ehsan Soltani –
Ha destato clamore la nomina in seno all’Onu dell’ambasciatore saudita Faisal bin Hassan Trad alla presidenza del Gruppo consultivo del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, dal momento che l’Arabia Saudita è nota per il suo petrolio ma anche per essere uno dei paesi del mondo dove i diritti umani vengono più calpestati.
Per attaccare l’Afghanistan si è ricorsi al burqa e alla discriminazione delle donne, dell’Iran si è detto di tutto e di più, ma del fatto che l’Arabia Saudita sia il paese dove le donne non possono guidare, dove il cristianesimo è proibito e dove le teste volano più che altrove, poco si parla.
Ali al-Nimr oggi ha 21 anni, e da tre è richiuso in un carcere saudita per aver preso parte alle proteste della “Primavera araba saudita”, iniziata ma mai finita, rivoluzione stroncata come tante altre di cui in occidente non si parla.
Allora Alì aveva 17 anni, e quelli trascorsi in carcere sono probabilmente gli ultimi della sua vita, dal momento che fra poche ore sarà decapitato e crocifisso. Forse a pesare è stata anche la sua confessione di sciita, come è suo padre e il padre di suo padre, quasi una bestemmia in un paese che si rapporta con l’occidente liberale e libertario, ma che in realtà si fonda su una teocrazia medioevale dipinta d’oro.
Suo padre Mohammed ha implorato il re saudita Salman affinché risparmi la vita del figlio, ma anche in occidente è in corso una catena che ha interessato il presidente francese Francois Hollande e che è arrivata alle Nazioni Unite.
Ora bisognerà vedere se la nomina di Faisal bin Hassan Trad ha un senso, oppure se è la solita pantomimica globale.

