di Sara Consolino –
Lo scorso primo settembre una Corte d’appello dell’Arabia Saudita ha confermato la condanna a 10 anni di carcere e 1000 frustate per il blogger Raif Badawi, attivista per i diritti umani. L’accusa è di insulto alla religione islamica e di aver “creato un sito web dannoso per la sicurezza”. La sentenza si colloca in un clima già abbastanza teso in Arabia Saudita, a seguito delle proteste iniziate nel 2011 per la ripetuta violazione dei diritti umani e la mancanza di libertà individuali che si riscontrano nel Regno.
I fatti.
Gli articoli del blog “incriminati” sono parecchi. Un esempio è quello pubblicato per San Valentino, festa vietata in Arabia Saudita, in cui il blogger aveva manifestato dei dubbi sul divieto per i cittadini sauditi di festeggiare questa ricorrenza, aveva inoltre ridicolizzato la Commissione sulla promozione della virtù (detta anche polizia religiosa) e i funzionari che avevano sostenuto il divieto di includere le donne nel Consiglio della Shura.
Il suo blog, “Free Saudi Liberals”, era stato fondato nel 2006 come luogo di dibattito politico e sociale, per discutere di idee liberali e dell’influenza della religione in Arabia Saudita. Nel 2008 era stato arrestato per apostasia e subito dopo liberato. Raif aveva allora lasciato il paese per poi farvi ritorno nel momento in cui erano cadute tutte le accuse. Ma, pochissimo tempo dopo il suo ritorno, il 17 giugno 2012, è stato nuovamente arrestato ed è iniziato il suo processo dinanzi al Tribunale di Jeddah . Il 17 dicembre 2012 il Tribunale ha rinviato la causa alla Corte di appello di Jeddah con l’accusa di apostasia. Il 29 luglio 2013 è arrivata la condanna a sette anni di carcere, 600 frustate e la chiusura del blog. Il 25 dicembre dello scorso anno la condanna era passata di nuovo alla pena di morte e Raif, detenuto dal giugno 2012 nel carcere di Briman a Jeddah, rischiava di essere ucciso dal proprio Governo. Nel maggio la sentenza era stata infine rivista, 10 anni di carcere, 1000 frustate e una multa di un milione di riya.
Il blogger non ha mai contestato la dinastia Saudita ed era un convinto sostenitore di una riforma del Regno. Le sue critiche erano rivolte alle rigide regole del Wahhabismo, al controllo della società esercitato usando metodi medievali e alla polizia religiosa che seminava paura fra i cittadini.
A sostegno di Raif.
La moglie, Ensaf Haidar sta portando avanti una campagna per la liberazione del marito e, insieme ai tre figli, è andata a vivere in Libano. Mentre il co-fondatore del “Saudi Liberal Network”, Suad al-Shamari, spera a questo punto in un’amnistia da parte del re.
A difenderlo Waleed Abu Alkhair, uno fra i più famosi avvocati sauditi che si batte per i diritti umani, leader dell’organizzazione “Monitor of Human Rights in Saudi Arabia” (MHRSA) e, secondo la rivista “Forbes”, uno fra i 100 arabi più influenti su Twitter. Spesso la stampa internazionale, dalla BBC al “Washinghton Post”, dal “Time” a “Le Figaro”, lo ha intervistato per il suo impegno in favore della libertà di espressione e dei diritti inviolabili dell’uomo.
In favore di Raif Badawi si sono attivate anche due famose ONG. La prima, Amnesty International, lo ha definito “prigioniero di coscienza” e invita a firmare un appello per liberarlo, il cui destinatario è re Abdullah bin Abdul Aziz al-Saud; la seconda, Human Rights Watch, il cui vice direttore per il Medio Oriente, Eric Goldstein, ha affermato che “L’Arabia Saudita deve smettere di considerare il dibattito pacifico come un reato capitale”, ha invece pubblicato vari rapporti che analizzano la situazione in Arabia Saudita e l’accusano di gravi violazioni dei diritti dell’Uomo.
Inoltre, il 9 gennaio, a Roma, l ’Associazione della Comunità Marocchina delle Donne in Italia (ACMID) e l’Associazione “Nessuno tocchi Caino”, si sono mosse al grido di “Oggi siamo tutti Raif Badawi”, organizzando un sit-in di fronte l’Ambasciata dell’Arabia Saudita.
L’ Arabia Saudita e i diritti umani.
L’arresto di Raif non è il primo, e molti altri intellettuali liberali come lui sono stati arrestati per aver espresso la propria opinione. Solo nel mese di giugno 2013 undici attivisti sono stati condannati. Questi arresti si collocano all’interno della situazione particolarmente delicata che si è creata in Arabia Saudita a causa delle proteste che si sono verificate a partire dal 2011. Le cause della protesta sono l’assenza di libertà individuali, la violazione di diritti umani e la rivendicazione di standard di vita dignitosi. Le manifestazioni per la liberazione dei dissidenti sono pacifiche e attuate per mezzo di scioperi, marce, cortei e l’uso dei social network, utilizzati per evitare la repressione delle autorità saudite diffondendo notizie e informazioni e creando un’ampia rete di contatti. Il pretesto di cui si è servito il Governo Saudita per mettere a tacere le critiche e le proteste è sempre la religione, una strategia usata fin dalla nascita del Regno nel 1932, che permette di delegittimare facilmente qualsiasi tipo di opposizione alla Dinastia Saudita. La Legge Saudita deriva dai principi della Sharia islamica, i quali non sono codificati e non seguono un sistema di precedenti. Quindi i giudici sono liberi di interpretare il Corano e le tradizioni profetiche arbitrariamente. Le accuse sono spesso vaghe nei confronti dei dissidenti, come ad esempio l’accusa di “andare oltre il regno dell’obbedienza”.
In Arabia Saudita la situazione dei diritti umani ha toccato soglie preoccupanti. II Governo, dal suo canto, continua ovviamente a negare che avvengano tali violazioni.
L’intera società è condizionata dalla religione ufficiale, l’Islam, nella versione wahhabita (un’interpretazione fondamentalista del Corano). Nel rapporto del 1997 sui diritti umani nell’Arabia Saudita, il Dipartimento di Stato degli USA ha affermato che “La libertà religiosa non esiste”. Il governo infatti proibisce la pratica pubblica di altre religioni: può cercare nelle case e deportare chiunque sia trovato in possesso di simboli religiosi (come ad esempio la Bibbia o il rosario); i non musulmani non possono diventare cittadini Sauditi; la presenza degli operai cristiani è accettata finché rimane occulta; le donne straniere subiscono pressioni perché coprano braccia e gambe; a volte la polizia religiosa chiede addirittura alle donne delle Forze Armate Americane di rivedere la loro acconciatura. Le dure misure imposte dal Wahhabismo di Stato, che hanno lo scopo di garantire l’osservanza delle prescrizioni islamiche, sono fatte rispettare dai “Commissari per la pubblica morale” che prendono provvedimenti nei confronti di tutti i cittadini, musulmani e non.
Ma le anomalie rispetto agli standard occidentali non si riscontrano solo nel campo della religione.
L’Arabia Saudita è uno degli ultimi paesi che ha reso illegale la schiavitù e il traffico di esseri umani, proibizione giunta solo nel 1962. La situazione è ancora preoccupante, infatti nel 2005 è stato descritta dal Dipartimento di stato degli USA come il terzo paese al mondo con più traffico di esseri umani.
L’ordinamento giuridico prevede punizioni corporali (amputazione delle mani e dei piedi per i ladri, e fustigazione, il cui numero di frustate è deciso dal giudice e non dalla legge e può arrivare fino ad alcune migliaia). Quando, nel 2002, il Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura ha ammonito l’Arabia Saudita per queste pratiche che adotta in osservanza del Corano, la delegazione saudita ha risposto che loro difendono la “tradizione legale” risalente all’inizio dell’Islam, 1400 anni fa.
Inoltre le esecuzioni per la pena di morte avvengono per decapitazione pubblica, fucilazione e a volte anche tramite lapidazione e crocifissione.
La condizione delle donne è altrettanto allarmante e può essere riassunta in questo proverbio arabo: «Una ragazza non possiede altro che il suo velo e la sua tomba». Infatti, nonostante l’Arabia Saudita abbia ratificato la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW) del 1979, il comitato delle Nazioni Unite, che vigila sulla sua attuazione, ha appurato che la legislazione nazionale saudita non ha ancora attuato il principio di uguaglianza di genere e la definizione di discriminazione sessuale. Tra i vari divieti imposti alle donne, vi è quello di guidare autoveicoli, contenuto in un fatwa (editto religioso) del 1990 e non in una legge, giustificato dalla convinzione che “comporterebbe danni a ovaie e utero”. Proprio qualche mese fa, il 26 ottobre 2013, è stata organizzata da un gruppo di attiviste un’intera giornata di lotta contro questo aberrante costume sociale.
A completamento del quadro, fin qui già disastroso, le libertà di parola e di stampa sono limitate e la rete è censurata dal governo.
Ammonizioni
Nel 2011 il Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, con il Commento Generale No. 34, si è espresso riguardo i limiti consentiti alla libertà di espressione: “Il semplice fatto che una forma di espressione sia considerato un insulto ad una figura pubblica non è sufficiente a giustificare l’applicazione di sanzioni”.
Invece, già nel 1993, con il Commento Generale No. 22 sulla libertà di religione, il Consiglio si era pronunciato sulle restrizioni per la tutela della morale pubblica: affermando che “il concetto di morale deriva da molte tradizioni sociali, filosofiche e religiose, di conseguenza, limitazioni allo scopo di proteggere la morale devono essere basati su principi non derivanti esclusivamente da una sola tradizione”. Questi due Commenti Generali dell’UNHRC sono stati ricordati da Human Rights Watch nei suoi rapporti.
Amnesty International ha anche fatto presente una palese violazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la quale sancisce il diritto alla libertà di espressione e alla libertà di associazione, ovvero che “L’adozione di provvedimenti penali per aver criticato pacificamente funzionari e istituzioni pubbliche e per aver difeso pacificamente i diritti umani viola le norme internazionali sui diritti umani”.
Del tutto ignorato dall’Arabia Saudita anche il divieto di tortura, punizioni o trattamenti crudeli, inumani o degradanti stabilito dal diritto internazionale.
La cosa che indigna maggiormente l’opinione pubblica internazionale è che l’Arabia Saudita vanti uno dei 47 seggi presenti all’interno del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, organo più volte criticato proprio per la presenza al suo interno di stati che violano in maniera conclamata i diritti umani (solo per fare un esempio la Russia e la Cina).
Il Consiglio, che coopera con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, si è sostituito alla Commissione per i Diritti Umani delle Nazioni Unite del 1946. La sua risoluzione costitutiva, (60/251), emanata dall’Assemblea Generale il 15 marzo 2006, prevede, al punto “9”, che “i membri eletti al Consiglio devono affermare i più alti livelli nella promozione e protezione dei diritti umani”.
Un controsenso per l’Arabia Saudita, che si guadagna di diritto l’epiteto di “giudice, giuria e carnefice”.
Citando uno dei promotori del sit-in a Roma, il presidente di ACMID, Souad Sbai, “È ignobile che un ragazzo di 23 anni debba essere condannato a morire per le proprie idee senza che nessuno protesti. Agire è un obbligo morale, la libertà d’espressione è una pietra angolare dei diritti umani, ovunque”.

