di C. Alessandro Mauceri –

È inutile prendersi in giro o illudersi: gli accordi internazionali servono solo a soddisfare i bisogni commerciali delle grandi multinazionali e a favorire gli scambi di beni e servizi. Gli aspetti sociali, sotto il profilo internazionale, sono assolutamente secondari.

L’ennesima dimostrazione di questo è venuta oggi dall’Arabia Saudita. A Jedda cinque persone persone, Khaled Fetini e Ibrahim Nasser provenienti dallo Yemen, Hassan Omar proveniente dal Ciad, Salem Idriss cittadino eritreo, e il sudanese Abdel Wahhab Abdel Maeen, sono state giudicate colpevoli di aver ucciso una guardia e di aver rubato i suoi soldi. Per questo sono state condannate a morte. La sentenza è stata eseguita tramite decapitazione. A diffondere la notizia è stato il Comitato per la difesa dei diritti umani nella penisola arabica. Dopo decapitazione con la spada, le autorità hanno fatto “penzolare i corpi da un elicottero per mostrarli al pubblico”.

Da tempo Amnesty International denuncia il ricorso da parte dell’Arabia Saudita alla pena di morte e per di più con un trend crescente preoccupante: lo scorso anno scorso l’Arabia Saudita si è piazzata ai vertici della lista dei paesi con il più alto numero di esecuzioni capitali. Una performance che le autorità saudite hanno dimostrato di voler migliorare: fino ad ora, nei primi mesi del 2015, sono state eseguite almeno 75 esecuzioni capitali.

Detenuti accusati di traffico di droga, stupro, omicidio, apostasia, rapina a mano armata: in Arabia Saudita sono tutti i reati considerati punibili con la morte. E, almeno stando a quanto denunciano alcune organizzazioni senza alcuna possibilità di difendersi e con processi alquanto sommari. A marzo, il tribunale penale saudita ha condannato il blogger Raif Badawi, ateo, a 10 anni di detenzione e a mille frustate solo per aver “insultato” l’islam sul sito Liberal Saudi Network. E recentemente è stato richiesto un nuovo processo nei suoi confronti, ma sono in molti a temere che anche lui possa essere condannato alla pena capitale.

E tutto ciò nella più totale indifferenza da parte dei media delle organizzazioni internazionali e dei Paesi che negli ultimi decenni si sono spesso levati a paladini dei diritti civili e hanno scatenato guerre in molte parti del globo. Nessuno di loro (tranne pochissime eccezioni) ha condannato o almeno commentato quanto è stato fatto in Arabia Saudita.

Blande le giustificazioni per una simile inutile brutalità e crudeltà: “Sottolineiamo il rispetto del diritto alla vita come uno dei diritti fondamentali garantiti dalla legge”, ha affermato lo scorso gennaio Mohammed al-Muadi della commissione Saudi Human Rights. Ma “non deve far dimenticare i diritti di altre parti violati dai sequestratori, che deve essere visto con lo stesso grado di rispetto”. Queste esecuzioni (e il modo di eseguirle) secondo le autorità saudite sono necessarie per “il mantenimento della sicurezza e realizzare la giustizia”.

Il governo saudita, intanto, ha proibito le riprese delle decapitazioni. A gennaio, un attivista è stato arrestato e rinviato a giudizio solo per aver ripreso in un video un’esecuzione.

Resta solo una domanda: come mai di queste esecuzioni brutali nessuno parla e nessuno interviene? Come mai i Paesi che hanno richiesto indagini immediate e trasparenti dopo l’omicidio di un politico russo non hanno avuto niente da dire a chi dopo aver decapitato cinque persone ne ha portato in giro i cadaveri appesi ad un elicottero?