di Giuseppe Gagliano –
L’amministrazione di Donald Trump ha approvato un accordo di cooperazione nucleare civile della durata di trent’anni con l’Arabia Saudita, destinato ora all’esame del Congresso americano. L’intesa consentirebbe alle aziende statunitensi di partecipare allo sviluppo del programma nucleare saudita con investimenti per decine di miliardi di dollari, rafforzando la presenza industriale e strategica di Washington nel Golfo.
L’aspetto più delicato riguarda la possibilità di realizzare nel Regno un impianto per l’arricchimento dell’uranio, la cui fattibilità sarà valutata attraverso uno studio congiunto tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Pur destinata alla produzione di combustibile per centrali civili, questa tecnologia rappresenta uno dei principali punti di attenzione sul fronte della non proliferazione, poiché può ridurre i tempi necessari per un eventuale programma militare.
Per Riad il nucleare è parte integrante della strategia di diversificazione economica promossa dal principe ereditario Mohammed bin Salman. L’obiettivo è diminuire il consumo interno di petrolio e gas, aumentare le esportazioni di idrocarburi e sostenere lo sviluppo industriale, la produzione elettrica e gli impianti di desalinizzazione. Il Regno punta inoltre ad acquisire competenze e capacità tecnologiche lungo l’intera filiera nucleare.
Per Washington l’accordo rappresenta anche uno strumento di competizione geopolitica, volto a impedire che il programma saudita venga sviluppato con il supporto di Cina, Russia o altri concorrenti internazionali, mantenendo così il Regno nell’orbita tecnologica statunitense.
La prospettiva di un impianto di arricchimento è osservata con attenzione anche alla luce della rivalità con l’Iran. Riad considera infatti il proprio programma nucleare civile una garanzia strategica nel caso in cui Teheran dovesse avvicinarsi alla capacità di produrre armi atomiche. Una simile evoluzione potrebbe però spingere altri Paesi della regione, tra cui Turchia ed Egitto, a rivendicare programmi analoghi.
Anche Israele segue con cautela gli sviluppi dell’intesa. Pur condividendo con l’Arabia Saudita l’interesse a contenere l’Iran, Tel Aviv ha sempre sostenuto la necessità di limitare la diffusione di tecnologie nucleari sensibili nella regione. L’accordo, inoltre, non sarebbe più subordinato a una normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Israele e Arabia Saudita, riducendo uno degli strumenti negoziali utilizzati da Washington negli ultimi anni.
Il Congresso americano sarà ora chiamato a valutare l’intesa, mentre numerosi esperti di non proliferazione temono che possa costituire un precedente capace di indebolire gli standard finora adottati dagli Stati Uniti. Pur non attribuendo all’Arabia Saudita una capacità militare nucleare, l’accordo rafforza infatti il suo potenziale tecnologico e potrebbe modificare gli equilibri strategici dell’intero Medio Oriente.




