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In 400mila hanno manifestato silenziosamente sotto la pioggia a Buenos Aires contro la presidente Cristina Fernandez de Kirchner a seguito del grave scandalo che ha investito il paese lo scorso 18 gennaio, quando è stato rinvenuto il corpo senza vita del giudice Alberto Nisman, evidentemente ucciso per quanto sia stata avanzata in un primo momento l’ipotesi del suicidio: Nisman era stato convocato per il giorno dopo in Parlamento per spiegare le sue accuse nei confronti della de Kirchner, del ministro degli Esteri Héctor Timerman, del deputato del Frente para la Victoria Andrés Larroque (detto “Cuervo”), del socialista e leader del Movimento Piquetero Luis D’Elía, e di alcuni dirigenti dell’intelligence. Il magistrato aveva indagato e raccolto 330 cd di intercettazioni in merito all’attentato di Buenos Aires del 18 luglio 1994 presso la Amia, l’istituto mutualistico ebraico, dove morirono 85 persone e ne rimasero ferite 300: secondo il magistrato le massime autorità dello stato avevano trattato l’impunità di Hezbollah e dei Servizi segreti iraniani, ritenuti gli autori della strage, in cambio di accordi commerciali con la Repubblica Islamica.

Solo pochi giorni prima Nisman aveva affermato sul quotidiano Clarin che “posso morire per questo”.

Quella di oggi è solo l’ultima di una lunga serie di manifestazioni tenutesi in diverse città del paese da quando Nisman è stato ucciso, le quali rappresentano un atto d’accusa più generale contro il governo per l’alto tasso di disoccupazione, l’economia in affanno e soprattutto l’alto tasso di corruzione.