Argentina. Per il Fmi la stabilità economica è ancora lontana

di Giuseppe Gagliano

Il rapporto pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale il 22 luglio conferma, ancora una volta, che l’Argentina è ben lontana da una stabilità macroeconomica sostenibile. Le raccomandazioni del Fondo sono quelle di sempre: più rigore fiscale, più riserve in valuta estera, meno controllo dei capitali e riforme strutturali profonde. Ma ciò che il documento rivela, in controluce, è qualcosa di più importante: la fragilità sistemica del modello economico argentino, incapace di reggersi da solo e ormai dipendente, nel breve periodo, da continui esborsi internazionali per evitare l’insolvenza.
Secondo il Fondo per uscire dalla zona di rischio l’Argentina dovrebbe raggiungere un avanzo delle partite correnti pari ad almeno l’1,4% del PIL. Un dato ambizioso, considerando che il 2024 si è chiuso con un deficit dello 0,5%, aggravato da una cronica carenza di riserve. Il sistema valutario argentino, in perenne oscillazione tra flessibilità e controllo, ha reso inefficace ogni tentativo di stabilizzazione. Il tasso di cambio – sopravvalutato tra il 15% e il 25% – non riflette la reale capacità competitiva del Paese, mentre i controlli sui movimenti di capitale frenano gli investimenti produttivi e alimentano un mercato nero sempre più florido.
Il FMI ammette che un rafforzamento del peso argentino nel medio termine potrebbe avere senso solo se le riforme recentemente approvate si tradurranno in un aumento della produttività e della competitività. Ma è proprio qui che si misura il paradosso argentino: la pressione fiscale è già elevatissima, il sistema produttivo è soffocato da burocrazia e inflazione, e l’instabilità politica rende ogni riforma strutturale un percorso ad ostacoli. Le richieste del Fondo, cioè apertura ai mercati, attrazione di investimenti, controllo della spesa, sono condivisibili sulla carta, ma difficilmente applicabili in un contesto dove le emergenze sociali impongono misure redistributive immediate e la legittimità dei governi si consuma in pochi mesi.
La questione argentina non è solo economica. È profondamente geopolitica. L’Argentina, seconda economia del Sud America, è troppo grande per fallire ma anche troppo instabile per diventare un partner strategico affidabile. Gli Stati Uniti, principali azionisti del FMI, hanno sempre cercato di mantenere Buenos Aires nel perimetro occidentale, ma l’attrazione di nuove potenze – come la Cina, sempre più attiva nel finanziare le infrastrutture latinoamericane – sta complicando lo scenario. Per il Fondo, il successo del programma argentino ha un valore politico: dimostrare che il rigore funziona e che i Paesi in difficoltà possono redimersi sotto la guida multilaterale. Ma per l’Argentina, ogni nuova tranche è solo ossigeno temporaneo. Nessuna delle misure richieste dal FMI può essere realizzata senza pesanti costi sociali e instabilità interna.
Uno dei pochi assi nella manica dell’Argentina è la sua ricchezza mineraria ed energetica. Litio, gas di scisto, energia idroelettrica: sono questi i settori che il Fondo individua come strategici per attrarre investimenti diretti esteri. Ma per sfruttarli davvero servono infrastrutture, garanzie giuridiche, capitali esterni e soprattutto stabilità politica. Le proteste locali contro lo sfruttamento intensivo delle risorse e i conflitti tra governo centrale e province minerarie minano le ambizioni industriali. Senza una governance efficiente, l’estrazione di risorse rischia di rimanere una promessa non mantenuta, utile solo a coprire deficit temporanei con royalties a breve termine.
Il rapporto del FMI, pur pieno di formule prudenti, è chiaro: senza accesso ai mercati finanziari internazionali, l’Argentina non ha futuro. Ma il ritorno alla fiducia degli investitori è legato a una condizione difficile: garantire stabilità politica, abbattere l’inflazione, contenere il debito e dimostrare affidabilità. Tutti obiettivi fuori portata nell’attuale fase di transizione, dove il governo cerca disperatamente di evitare nuovi default mentre aumenta la dipendenza dalle risorse del Tesoro e dagli accordi straordinari con fondi multilaterali.
Il rafforzamento delle riserve da parte del Tesoro, ovvero 2,5 miliardi di dollari accumulati a luglio, è un segnale positivo, ma marginale rispetto ai bisogni complessivi del Paese. Il pagamento imminente di 650 milioni di dollari entro il primo agosto è solo una delle tante scadenze che si susseguiranno nei prossimi mesi. L’Argentina vive sospesa tra l’urgenza del presente e l’impossibilità di pianificare il futuro. Le riforme servono, ma da sole non bastano. Servirebbe un patto nazionale, una visione condivisa tra élite politiche, economiche e sociali, in grado di restituire credibilità a un Paese stremato dalla propria storia recente.
Il FMI lancia l’allarme, ma non offre soluzioni nuove. L’Argentina resta intrappolata in un circolo vizioso: ogni accordo serve a evitare il collasso immediato, ma non risolve le cause strutturali della crisi. La sfida non è solo macroeconomica. È una sfida di sistema, di fiducia e di visione. Senza una profonda trasformazione politica e istituzionale, l’Argentina continuerà a navigare tra salvataggi, svalutazioni e austerità ciclica. Una nazione potenzialmente ricchissima, costretta a vivere come un debitore cronico nella periferia del capitalismo globale.