Argentina. Privatizzazione parziale del nucleare tra necessità fiscali e strategia energetica

di Giuseppe Gagliano –

Con il decreto che apre la privatizzazione del 49% di Nucleoelectrica Argentina (NASA), Buenos Aires compie un passo cruciale nella politica economica dell’era Milei. Lo Stato manterrà il 51% delle azioni, preservando il controllo strategico delle tre centrali nucleari, cioè Atucha I, Atucha II ed Embalse, ma inviterà il capitale privato a entrare nella gestione. L’operazione non è solo finanziaria: è un segnale al mercato e al Fondo Monetario Internazionale, che osserva da vicino le riforme argentine.
La NASA, una delle poche aziende pubbliche in attivo, ha registrato 17,2 miliardi di pesos di utili nel primo trimestre del 2025, ma deve gestire un debito tra 120 e 180 milioni di dollari e necessita di circa 300 milioni per riattivare Atucha I, ferma da un anno e mezzo. Con circa 3.100 dipendenti per 1.763 MW di capacità installata, l’azienda è sovradimensionata rispetto agli standard internazionali. La direzione ribatte che la complessità tecnologica dei reattori richiede personale altamente specializzato, ma il tema resta sensibile per potenziali investitori che guardano all’efficienza operativa.
Il governo parla di “maggiore efficienza” e “competitività del settore”, ma per molti analisti l’obiettivo immediato è generare liquidità. La Legge sulle Basi ha già introdotto un’agenda di dismissioni patrimoniali e questa privatizzazione sembra inserirsi nella logica di fare cassa per sostenere le finanze pubbliche in una fase di consolidamento fiscale. Nicolas Malinovsky avverte che anche nella migliore delle ipotesi – una valutazione da un miliardo di dollari – il ricavato sarebbe sufficiente solo per mantenere operativa Atucha I, senza finanziare nuovi progetti o modernizzazioni di lungo periodo.
La scelta ha anche un risvolto geopolitico. L’Argentina possiede uno dei pochi programmi nucleari civili completi dell’America Latina e la sua capacità di mantenere la filiera sotto controllo pubblico è un elemento di prestigio e di autonomia strategica. L’apertura ai privati, se non regolata con chiarezza, potrebbe esporre il Paese a pressioni esterne, in un contesto in cui potenze come Cina e Russia competono per forniture di tecnologia nucleare e per contratti di manutenzione e combustibile.
Come ha osservato Julian Gadano, senza un quadro normativo stabile e prevedibile, l’operazione rischia di essere poco appetibile, riducendo il prezzo di vendita delle quote. In altre parole, l’urgenza di fare cassa potrebbe tradursi in una svendita di asset strategici. Inoltre, l’alternanza al vertice di NASA, tre presidenti in meno di due anni, non gioca a favore della percezione di stabilità manageriale.
La privatizzazione parziale di NASA è una scommessa politica ed economica. Può attrarre investimenti e modernizzare il settore, ma può anche ridursi a un’operazione tattica per colmare i buchi di bilancio, lasciando inalterati i problemi strutturali. L’Argentina si trova di fronte a un bivio: trasformare il proprio comparto nucleare in un volano di sviluppo tecnologico o sacrificarlo per esigenze di breve periodo. La risposta a questa scelta dirà molto sul futuro del Paese e sulla coerenza della sua strategia di sovranità energetica.