di Enrico Oliari –

Il 2 novembre scorso era trapelata la possibilità che le armi chimiche provenienti dagli arsenali siriani potessero essere distrutte in Albania. La notizia era stata data in prima battuta dal quotidiano russo ‘Kommersant’, il quale aveva citato non meglio definite fonti diplomatiche riservate, anche perché il tempo stringeva e gli ispettori dell’Opac, l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche che hanno provveduto alla loro individuazione, avevano escluso che si potessero eliminare direttamente in Siria, a causa delle ostilità in corso tra lealisti e ribelli.

D’altra parte, Damasco aveva accettato che gli arsenali fossero trasferiti all’estero, ponendo come unica condizione che non venissero inviati negli Stati Uniti.

Sempre il quotidiano moscovita aveva fatto notare come fosse improbabile che Tirana potesse rifiutare un’eventuale proposta americana, a prescindere dall’“arretratezza delle sue infrastrutture” e dalla “scarsa efficienza” delle sue autorità.

“A differenza dei Paesi dell’Unione Europea” – aveva poi dichiarato al quotidiano Andrei Baklitsky, esperto del Pir Center di Mosca – “l’Albania può disporre di maggiori incentivi, anche materiali, per ammettere agenti tossici sul proprio territorio” ed “ha un ‘curriculum’ in materia decisamente favorevole: nel 2007, con l’assistenza di Germania, Svizzera e degli stessi Usa, è diventata infatti il primo Paese nella storia a completare pienamente il processo di disarmo chimico”, distruggendo circa 16 tonnellate di gas mostarda e di altre sostanze tossiche, ereditate dall’epoca della dittatura comunista di Enver Hoxha.

Il ‘Kommersant’ ci aveva azzeccato.

Per quanto la notizia non sia ancora ufficiale, sempre più voci danno infatti come certo lo smantellamento delle armi chimiche siriane in Albania, paese che ha aderito alla NATO il 1 aprile 2009, e d’altra parte tali armi da qualche parte vanno messe, visto che sono stati proprio gli Usa ad aprire la querelle diplomatica estiva ed a minacciare un intervento armato contro al-Assad dopo l’attacco del 21 agosto mosso – non si sa da chi – con le armi chimiche, che è costato la vita a 1400 persone nei sobborghi di Damasco. I 14 ispettori delle Nazioni Unite giunti sul posto hanno solo potuto costatare che chi ha usato i gas letali era in possesso di ben 350 litri di sharin, sparato sugli obiettivi con razzi terra-terra. Non è stato tuttavia specificato chi abbia fatto ricorso a tali armi, cosa che ha spiegato il presidente della Commissione di inchiesta Paulo Pinheiro dichiarando che “stiamo indagando su quattordici casi sospetti di uso di armi chimiche, ma non abbiamo stabilito chi sia responsabile”.

Nel rapporto, firmato dal capo degli ispettori Ake Sellstrom, si legge che “I campioni ambientali, chimici e medici che abbiamo raccolto forniscono prove chiare e convincenti che sono stati usati razzi contenenti gas sarin nel quartiere Goutha di Damasco lo scorso 21 agosto” e “La conclusione è che sono state usate armi chimiche su una scala relativamente ampia nel conflitto fra le parti in Siria contro i civili, inclusi bambini”.

Quello che gli Usa non hanno voluto che si dicesse, è che le armi chimiche sono quasi certamente state usate dai ribelli o quanto meno dai gruppi qaedisti di al-Nusra e dell’Isil, proprio per scatenare la reazione statunitense contro al-Assad. Infatti, è bene ricordare che l’uso delle armi chimiche in Siria, paese che ne detiene il maggior arsenale al mondo, non è una novità circoscritta all’attacco del 21 agosto e che vi sono notizie risalenti già a partire da febbraio, basti pensare che l’ex Procuratore del Tribunale penale internazionale ed attuale membro della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulle violazioni dei diritti umani in Siria, la svizzera Carla Del Ponte, aveva affermato a maggio alla Radio elvetica che nel conflitto già erano state utilizzate armi chimiche, ma non dalle truppe del regime di al-Assad, bensì dagli insorti. “I nostri ispettori sono stati nei Paesi vicini a intervistare vittime, medici e negli ospedali da campo – aveva spiegato la Del Ponte – . In base ai loro resoconti della scorsa settimana ci sono sospetti forti e concreti, ma non prove inconfutabili, dell’uso di gas sarin”; tuttavia ad “oltrepassare la linea rossa” indicata dal presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, “sono stati i ribelli, l’opposizione, non le autorità del governo siriano”.

L’accordo di Ginevra, dove il Segretario di Stato Usa Kerry ed i ministri degli Esteri di Russia e Siria, Lavrov e al-Muallem hanno previsto la consegna delle armi chimiche pur di scongiurare l’attacco franco-statunitense, aveva quindi la falla di dove stoccare e distruggere l’arsenale chimico siriano, dopo che Giordania, Turchia, Norvegia e Belgio avevano risposto picche. Per cui la scelta dell’Albania oggi appare scontata ed il ministro degli Esteri albanese, Ditmir Bushati, che si è sentito al telefono con Kerry, si è limitato a riferire in un’interrogazione parlamentare che “al momento non è stata presa nessuna decisione. Siamo stati solo contattati, in qualità di paese membro della Nato. Non abbiamo avviato né negoziati né consultazioni, visto che su una tale decisione dovrebbe pronunciarsi il Parlamento”.

Il presidente del Parlamento albanese, Ilir Meta, ha riferito nel corso di una conferenza stampa che l’Albania, in chiave Onu, si assumerà la propria responsabilità come tutti nel processo di distruzione delle armi chimiche siriane, ma che “ogni decisione sarà presa in modo trasparente”.

Ed ovviamente a Tirana è iniziata la protesta dell’opinione pubblica: le prime riunioni e manifestazioni sono state indette dagli ambientalisti dell’Akilh per porre nella società civile il problema e mettere le mani avanti: hanno chiesto che il governo socialista di Edi Rama già ora respinga ogni proposta per lo smantellamento delle armi chimiche siriane in Albania, forti anche della recente abolizione della legge che permetteva al paese delle aquile di importare rifiuti dall’estero.