di Giuseppe Gagliano –
La Groenlandia sembra lontana da tutto, un altopiano di ghiaccio ai confini del mondo. Eppure proprio lì, sopra il settantaseiesimo parallelo, si sta giocando una partita decisiva per la sicurezza globale. Gli Stati Uniti si preparano infatti ad ampliare in modo significativo la base di Pituffik, un tempo nota come Thule, una delle installazioni militari più strategiche dell’intero pianeta. Segnale evidente che l’Artico, per decenni zona marginale e quasi dimenticata, è tornato a essere un nodo centrale della competizione tra grandi potenze.
A Washington circola un’idea che, per ambizione, ricorda i vecchi sogni della difesa spaziale di Ronald Reagan. Il progetto Golden Dome, una versione moderna di quella strategia, punta a intercettare i missili ipersonici nemici dallo spazio. E per farlo servono basi avanzate, lontane dagli Stati Uniti ma su traiettorie sensibili. Pituffik è una di quelle, forse la più importante. I radar di allerta precoce lì installati sono capaci di individuare i missili balistici nei primissimi istanti del lancio. Una funzione che, dalla Guerra Fredda in poi, è stata l’ossatura della difesa nordamericana.
Ma le minacce non sono più quelle di un tempo. I missili ipersonici, che cambiano rotta e velocità in volo, rendono vulnerabile ciò che per decenni è sembrato inattaccabile. Lo ha ricordato Troy Bouffard dell’Università dell’Alaska: gli Stati Uniti, oggi, non dispongono in Groenlandia di una difesa aerea permanente capace di contrastare questi nuovi ordigni. Da qui la necessità, quasi inevitabile, di potenziare la base.
Dal punto di vista politico, l’espansione di Pituffik avviene in un quadro delicato. L’accordo di difesa del 1951 garantisce agli Stati Uniti una grande libertà d’azione in Groenlandia, territorio autonomo ma con la difesa estera ancora nelle mani della Danimarca. Ed è proprio questo equilibrio tripartito che rende necessaria la consultazione del Comitato Congiunto Permanente, che potrebbe riunirsi a dicembre.
Nuuk e Copenaghen sanno bene che la base è già considerata da Mosca come un obiettivo strategico. E che ogni potenziamento, dagli hangar alle piste per gli F-35, aumenterebbe l’interesse russo verso l’Artico. La penisola di Kola, con i suoi sottomarini nucleari, dista appena poche ore di volo. Per questo sia Danimarca sia Groenlandia osservano con apprensione la possibilità che Washington non si limiti a installare nuovi radar, ma chieda anche l’introduzione di armi offensive o di sistemi avanzati di difesa missilistica.
Pituffik è un avamposto estremamente remoto. Attorno ci sono solo ghiaccio, vento e un piccolo insediamento, Qaanaaq, poco più di seicento abitanti che vivono soprattutto di caccia. Eppure proprio qui si trova quello che il danese Peter Ernstved Rasmussen ha definito “l’occhio più esterno della difesa americana”. È da questa base che gli Stati Uniti possono rilevare un lancio, calcolarne la traiettoria e predisporre la risposta. Per Washington è un punto semplicemente insostituibile.
Oggi vi risiedono circa centocinquanta membri dell’Aeronautica e della Forza Spaziale americana. La pista è una delle poche in grado di accogliere i caccia di ultima generazione. E in estate transitano i velivoli con sci della Guardia Nazionale di New York, indispensabili per le missioni scientifiche nell’interno dell’isola.
La militarizzazione dell’Artico non riguarda solo i missili. Scioglimento dei ghiacci, nuove rotte di navigazione, risorse energetiche e minerarie stanno trasformando la regione in un nuovo snodo della competizione globale. Russia, Cina, Stati Uniti e nei loro limiti anche gli europei guardano al Nord come a un terreno di confronto strategico ed economico dove non è più possibile restare assenti.
L’espansione di Pituffik rientra in questa logica. Rafforzare la difesa missilistica significa proteggere il territorio nordamericano ma anche presidiare un’area ricca di risorse e di rotte che potrebbero cambiare la geografia del commercio globale. Una partita dove Stati Uniti e Russia si osservano da anni e in cui la Cina, con le sue ambizioni polari, sta cercando di entrare con determinazione.
La Groenlandia non è più una terra remota fuori dal tempo. È diventata il nuovo fronte della competizione strategica, un luogo dove il gelo eterno si mescola con le tensioni di un mondo che corre verso un equilibrio sempre più fragile. L’espansione della base di Pituffik racconta proprio questo: l’Artico è tornato centrale e il futuro della sicurezza globale passa anche da un lembo di ghiaccio a duemila chilometri dal Polo Nord.




