di Giuseppe Gagliano –
L’Artico torna a essere un luogo dove le parole pesano quanto i movimenti sul mare. L’allarme lanciato dal comandante supremo alleato in Europa riporta al centro una dinamica che da tempo cresce sotto traccia: la presenza congiunta di Russia e Cina nelle acque artiche non è un esercizio accademico, ma una forma di ricognizione strategica. Secondo il vertice di NATO, i pattugliamenti che si spingono dalla costa settentrionale russa fino al Nord dell’Alaska e verso il Canada servono a misurare il rapporto di forza sopra e sotto la superficie del mare, non a studiare l’ecosistema.
Il punto chiave è la batimetria: mappare i fondali significa conoscere le rotte migliori per i sottomarini, individuare corridoi sicuri per le comunicazioni e pianificare infrastrutture sottomarine. È un sapere tecnico che diventa potere militare. In questa prospettiva, rompighiaccio e navi di ricerca assumono un ruolo ambiguo, a metà tra scienza e deterrenza. L’Artico, che per decenni era rimasto ai margini dell’agenda globale, rientra così nel perimetro della competizione tra grandi potenze.
Per la Russia, l’Artico è profondità strategica e proiezione navale; per la Cina è accesso alle rotte future e ai nodi energetici e logistici del Nord. La cooperazione tra i due Paesi va letta nel tempo lungo: oggi non c’è una minaccia immediata ai territori alleati, anche perché Mosca è assorbita dal fronte ucraino, ma l’accumulo di conoscenza e presenza crea le condizioni per un salto di qualità domani.
Non è un caso che questo allarme arrivi mentre riaffiora l’interesse statunitense per la Groenlandia. L’idea, rilanciata dal presidente Donald Trump, di acquisire l’isola come priorità di sicurezza nazionale ha riaperto una frattura con gli alleati europei e ha reso esplicito ciò che spesso resta implicito: il Nord è tornato a essere un fronte. Non solo per le risorse, ma per il controllo delle vie marittime e dei fondali.
Pechino respinge l’accusa di militarizzazione. Il quotidiano statale Global Times parla di distorsioni occidentali, rivendica trasparenza scientifica e presenta la “Via della Seta Polare” come bene pubblico internazionale. È una contro-narrazione che richiama la governance multilaterale e accusa Washington di usare la “minaccia artica” come pretesto per espandere la propria presenza militare.
La storia pesa: durante la Guerra Fredda l’Artico era la linea avanzata della deterrenza nucleare marittima. Oggi, con il cambiamento climatico che apre nuove rotte e rende accessibili risorse prima irraggiungibili, quella linea si riaccende. La competizione non è solo militare, ma geoeconomica e normativa: chi stabilisce le regole, chi controlla i dati, chi decide l’uso dei fondali.
Il rischio non è l’incidente di domani, ma la spirale di sfiducia che si alimenta oggi. Pattuglie, rilievi, dichiarazioni e smentite costruiscono un clima in cui ogni mossa viene letta come preparazione alla successiva. L’Artico, lungi dall’essere il “giardino” di qualcuno, diventa così un banco di prova della capacità delle grandi potenze di competere senza precipitare nel confronto aperto. In gioco non c’è solo il Nord, ma l’equilibrio globale che passa sempre più spesso dai margini ghiacciati del mondo.












