di Giuseppe Gagliano –
Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha tracciato una linea netta tra la Cina e gli Stati Uniti, accusando Washington di portare avanti pratiche commerciali “irragionevoli e immorali” e mettendo in guardia i Paesi del Sud-Est asiatico dal cedere a pressioni che potrebbero compromettere i loro interessi collettivi. Le parole di Wang, pronunciate in Malesia durante un incontro con il consigliere per gli affari esteri del Bangladesh, risuonano come un segnale chiaro: Pechino non è disposta a restare spettatrice di fronte alla strategia americana dei “dazi reciproci” che minaccia di ridefinire le catene di approvvigionamento globali.
La Cina, presentandosi come partner “stabile e affidabile” dell’ASEAN, prova a consolidare il suo ruolo di contrappeso a Washington, proprio mentre la regione è sotto il fuoco incrociato delle guerre commerciali americane. L’offerta cinese è semplice ma potente: accesso agevolato al proprio mercato, zero tariffe per i Paesi meno sviluppati e un impegno a sostenere il multilateralismo economico. Ma dietro il linguaggio della cooperazione, c’è una strategia che punta a blindare la presenza cinese nel Mar Cinese Meridionale e a consolidare un sistema regionale che ruoti attorno a Pechino.
L’ASEAN da parte sua è divisa tra l’attrazione esercitata dal colosso cinese e la necessità di non inimicarsi gli Stati Uniti, ancora percepiti come garante della sicurezza regionale. Il Vietnam, unico Paese ad aver negoziato una riduzione dei dazi americani (dal 46% al 20%), rappresenta un’eccezione in una regione che fatica a trovare un equilibrio tra i due giganti.
Intanto Donald Trump, fedele al suo approccio muscolare, ha inviato lettere minatorie a diversi Paesi dell’ASEAN, dalla Cambogia alle Filippine, annunciando tariffe più elevate se non si raggiungeranno accordi entro agosto. Un ultimatum che rischia di trasformare l’Asia sudorientale in un nuovo campo di battaglia commerciale, proprio mentre la Cina invita i vicini a “difendere il libero scambio globale” contro quella che definisce “l’unilateralismo vessatorio” americano.
Il punto tuttavia è che questa partita va oltre i dazi doganali. Si gioca sul terreno della governance globale e della legittimità: chi stabilirà le regole del commercio e della cooperazione nel XXI secolo? Pechino offre una visione di “regionalismo aperto” e multilateralismo, ma pretende anche un ruolo centrale nella gestione delle acque contese. Washington, invece, usa il peso della sua economia per costringere gli altri a piegarsi a una logica bilaterale, in cui ogni Paese deve scegliere da che parte stare.
Tra promesse di sviluppo e minacce di ritorsioni, i Paesi dell’ASEAN rischiano di restare schiacciati. La domanda è se riusciranno a elaborare una risposta collettiva o se continueranno a muoversi in ordine sparso, favorendo il predominio dell’uno o dell’altro gigante.




