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Giochi di guerra sono in corso in Asia. La nuova dimensione della geopolitica, che non vede più né una superpotenza egemone né il confronto tra due blocchi, consegna un mondo che, nella sua multipolarità, rischia di essere anche meno stabile. Se ne stanno rendendo conto nei mari dell’Asia nordorientale, sui quali si affacciano alcune delle principali potenze mondiali – Russia, Cina, Giappone – e vede sempre un’importante presenza statunitense. La lepre economica cinese, da tempo mostra di avere, da un punto di vista militare, denti aguzzi da lupo. Lo stesso Giappone, votato dalla sua Costituzione post-bellica alla pace, negli ultimi anni sta cercando un nuovo protagonismo internazionale che, in un mondo complicato, passa anche per le armi. La Russia putiniana, finita la lunga transizione, è impegnata nella riconquista di un rango da potenza, in questo sostenuta da un arsenale militare e nucleare ereditato dall’Unione sovietica. Gli Stati uniti, infine, continuano a considerare l’Asia-Pacifico un’area vitale e vi mantengono basi e armamenti. Il modo in cui queste potenze si mostrano a vicenda i denti è quello di tenere periodiche manovre militari volte a far vedere all’altro la loro forza. Conflitti virtuali, che tuttavia avvengono nelle acque di una regione in cui contese territoriali “vecchio stile” rischiano di diventare l’innesco di escalation non facilmente controllabili. Il Giappone, un arcipelago fatto di tante isole e isolette, finisce per trovarsi al centro di queste contese. Le isole Senkaku (Diaoyu) con la Cina, le isole Curili meridionali con la Russia, l’isola di Takeshima con la Corea del Sud, perfino la polemica che continua a covare con gli Stati uniti per la base di Okinawa. E poi c’è la questione, sempre aperta, di Taiwan, il programma nucleare della Corea del Nord, l’attitudine sempre più aggressiva di Pechino nel mar Cinese meridionale.
Oggi – secondo quanto ha riferito il ministero della Difesa nipponico – sette navi da guerra cinesi si sono unite nella Baia di Pietro il Grande a navi da guerra russe per prendere parte alle più importanti esercitazioni navali congiunte russo-cinesi che si siano mai tenute. Le navi sono partite quattro giorni fa dal porto di Qingdao. Si tratta di quattro cacciatorpediniere, due fregate e una nave per l’appoggio logistico. Da oggi fino al 10 luglio, si coordineranno con 12 navi russe: un incrociatore, cinque cacciatorpediniere e sei sommergibili di classe Kilo. Una forza navale particolarmente consistente, per esercitazioni che – nelle parole del capo di stato maggiore dell’Esercito di liberazione popolare cinese Fang Fenghui – “non vuole minacciare nessuna terza parte”. Fang, che ha annunciato pubblicamente le esercitazioni tre giorni fa, durante la sua visita a Mosca, ha inoltre ricordato che Cina e Russia prenderanno parte assieme anche all’ormai annuale esercitazione congiunta “Peace Mission 2013”, che si terrà tra il 27 luglio e il 15 agosto a Chelyabinsk, in Russia. Lo scopo: aumentare il coordinamento per rispondere a eventuali attacchi terroristici.
D’altronde, i giochi di guerra russo-cinesi non vengono per primi. Proprio nelle scorse settimane i soldati giapponesi hanno preso parte a due settimane di esercitazioni congiunte in California con i Marines americani. Anche in questo caso le manovre sono state descritte come un modo di accrescere le capacità interoperative tra le forze dei due Paesi, per rispondere soprattutto a disastri naturali. E, ovviamente, chi vi ha preso parte ha tenuto a sottolineare che le manovre non devono essere intese come una minaccia per altri. Chiaramente a Pechino non hanno abboccato e hanno chiesto di cancellarle. Apparentemente, si stanno formando due blocchi. Ma in realtà non è affatto così e le questioni sono infinitamente più complesse. La Cina, per quanto oggi sia sulla stessa linea della Russia su alcuni dei principali dossier internazionali (Siria, Iran) e regionali (Corea del Nord), non ha necessariamente interessi convergenti nel medio periodo con Mosca. Entrambe, Russia e Cina, puntano a essere egemoni in Asia centrale, ricca di risorse energetiche, ed la pressione – anche demografica – della Cina nell’Estremo Oriente russo preoccupa Mosca. Il Giappone, dal canto suo, è alla ricerca di un suo ruolo in Asia orientale. Stare sotto l’ombrello americano ha rappresentato per Tokyo una manna per quasi tutto il dopoguerra, ma la fine del periodo d’oro della “bubble economy”, la prolungata crisi, la fine del blocco comunista e la diversa configurazione di forze con la Cina, spingono Tokyo a cercare vie più autonome mentre gli Stati uniti, per quanto mantengano il loro grip sulla regione, non sono comunque quella forze dominante che erano un tempo. Insomma, anche queste alleanza, possono risultare fallaci e la regione pare tanto meno in equilibrio quanto più diventa ricca.

