di Giovanni Caprara –
Come capita di sovente, i governi italiani non prendono le necessarie decisioni in tempi rapidi. In realtà sulla questione dello Stato Islamico, tutto l’occidente si è attardato nello stabilire una linea di condotta efficiente ed efficace a sradicare la minaccia della compagine musulmana. È da circa un anno che la coalizione anti Is sta tentando tiepidamente di rallentare l’avanzata delle milizie islamiche. Infatti i risultati militari sono estremamente limitati e gli unici danni reali sono stati quelli di distruggere i mezzi del Califfato sottratti all’Iraq. Probabilmente perché le milizie musulmane non hanno ne’ uniformi distinguibili ne’ caserme da distruggere e si muovono su mezzi civili riconvertiti di non facile individuazione.
In questo contesto l’Italia ancora non ha definito il proprio ruolo nell’Alleanza e tale ritardo potrebbe provocare la sua esclusione nelle prossime ed inevitabili importanti decisioni sulle tattiche per eliminare lo Stato Islamico e sul futuro politico ed economico della regione post Califfato. Le azioni statunitensi e russe, l’arrivo a Tartus della portaerei cinese, le operazioni congiunte di Gran Bretagna e Francia, accompagnate dalla dichiarazione del premier transalpino che le definisce di legittima difesa infatti, potrebbero esautorare l’Italia dall’essere protagonista, con gravi ripercussioni sul piano delle alleanze sia a livello europeo che globale. Una storia che si ripete a distanza di pochi anni, quando nel 2011 il governo italiano si unì alla coalizione contro Gheddafi in ritardo, con la conseguenza di non aver avuto un ruolo primario, in quanto i bersagli assegnati alle Forze Armate italiane erano più che altro occasionali. La giustificazione ufficiale del Governo Renzi è quella di giudicare il progetto della Comunità Internazionale a breve termine e della possibilità che si possano ingenerare ripercussioni proprio come quelle derivate dalle operazioni in Libia. In particolare si riferisce alla condizione siriana, con Bashar al-Assad in difficoltà a causa dell’incapacità dell’esercito a fermare lo Stato Islamico, a cui si contrappongono le milizie sciite, hezbollah libanesi e truppe iraniane. L’allargamento della coalizione potrebbe però cambiare le sorti del conflitto e con la fine delle ostilità è plausibile supporre anche la definizione di un progetto a lungo termine per pacificare la regione. Attualmente l’Italia ha un ruolo di supporto e compie azioni di ricognizione con quattro Tornado e droni rischierati in Kuwait. Gli appelli della Comunità Internazionale e del Vaticano sono stati disattesi dal presidente Renzi, il quale desidera il diretto coinvolgimento dei governi in guerra contro il Califfato e la supervisione dell’ONU. Di fatto un accordo fra tutti gli attori che permetta un intervento militare lecito e su larga scala piuttosto che bombardamenti spot ed azioni isolate di reparti speciali come quelli inglesi e russi. La posizione italiana non è del tutto errata, infatti sarebbe necessario non favorire con missioni su bersagli sbagliati il coinvolgimento di altre fazioni estremistiche che potrebbero ingenerare un conflitto oltre gli attuali confini. La jihad anti occidentale avrebbe motivo di allargarsi a tutto il Maghreb laddove non si trovi un accordo a livello globale per la pacificazione dell’area del Vicino Oriente.
La posizione del governo Renzi ha però un prodotto secondario tutt’altro che discutibile: sinora l’Italia non ha subito attacchi terroristici e questo fa ricordare il “Lodo Moro”, una questione che non fece onore all’Italia, ma che la lasciò distante da sanguinosi episodi interni ad opera dell’eversione internazionale. Forse il premier Renzi ha nella sua tattica attendista, seppur inconsciamente, un deja vù di quell’oscuro periodo storico.

