di Enrico Oliari –

Il 26 novembre di un anno fa il presidente russo Vladimir Putin si incontrava a Trieste con il premier italiano Enrico Letta, entrambi giunti nella città giuliana con undici ministri e uno stuolo di imprenditori; sottoscritti, nella soddisfazione generale, una trentina fra intese e trattati che spaziavano ogni settore, soprattutto quello dell’energia.

Tuttavia nell’aria c’era già l’odore di bruciato che si alzava dall’Ucraina e alla domanda di un giornalista sul tema, Putin rispondeva che “è l’Ucraina stessa a dover prendere le proprie decisioni”, tuttavia “Un paese che ha aderito all’Unione doganale, che prevede lo scambio di merci senza dazi, può recedere dagli accordi quando vuole. Un articolo dell’accordo prevede però che se uno dei paesi aderenti intavola rapporti con paesi terzi, può esportare le merci nei paesi dell’Unione doganale con un ribasso sui dazi attualmente dell’85 per cento, ma che arriverà al 95. Potrebbero quindi transitare dall’Ucraina merci verso l’Unione doganale a prezzi ridotti, cosa che metterebbe in crisi la nostra economia. Per coinvolgere l’Unione europea in questo progetto serve gradualità, ovvero tempo e denaro” (1).

Il 26 novembre di un anno dopo la Russia è stata vittima di un’aggressione violenta e su larga scala, lanciata da più fronti, un attacco dagli esiti imprevedibili, anche perché ancora in corso.

In mezzo a queste due date c’è la questione ucraina: Putin ha annesso la Crimea quale risarcimento del la mancata entrata dell’Ucraina nell’Unione Doganale ed ha alzato la tensione delle regioni orientali per rendere definitiva tale annessione.

Senza entrare troppo nell’analisi della situazione geopolitica che potrebbe aver spinto il leader russo a compiere determinate scelte, basti pensare che a Sebastopoli, in Crimea, Mosca ha la base della Flotta del Mar Nero (prima in affitto), la quale si inserisce in un disegno verticale che vede la base di Tartus, in Siria, e quella di Alessandria d’Egitto, la cui costruzione è appena iniziata dopo gli screzi fra gli Usa e il nuovo presidente Abdel Fatah al-Sisi.

Una spada verticale che taglia a metà il disegno orizzontale di Washington, che vede dal Marocco al Kirghizistan (con l’esclusione, si noti, solo dell’Iran e della Siria) ogni paese ospitare basi Usa.

Tuttavia Putin ha probabilmente sottovalutato la reazione dell’Occidente alle sue spericolate manovre. Un Occidente infuriato, che oggi vuole la sua testa. E per averla ha messo in piedi una guerra economica senza precedenti, capace di mettere in seria crisi la sua leadership e di spingere la Russia in un angolo: il 24 novembre il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov ha ammesso che “stiamo perdendo 40 miliardi di dollari all’anno a causa delle sanzioni e circa 90 – 100 miliardi di dollari annualmente a causa del calo del 30% del prezzo del petrolio”.

Due giorni dopo, il 26 novembre, appunto, la mazzata è arrivata dalla riunione Opec di Vienna, dove ha vinto la cordata trainata dall’Arabia Saudita, per cui oggi l’Urals, il greggio russo, è dato a 60 dollari, contro i 91,75 di settembre.

Poco dopo è stata la volta di Bloomberg, che ha raccolto i pareri di 32 economisti internazionali e che ha dato come concrete le possibilità che la Russia nei prossimi 12 mesi possa entrare in recessione.

L’ultima batosta in ordine cronologico riguarda il tema dell’inflazione che, come ha comunicato la Banca di Russia, nel 2014 sarà del 10%, in probabile crescita per il primo trimestre del 2015.

Nella nota emessa dall’istituto si legge che tra i fattori scatenanti vi sono l’indebolimento del rublo, “le restrizioni alle importazioni e fattori specifici sui mercati di alcuni prodotti alimentari”.

Oggi,nonostante i tentativi di proteggere la moneta attraverso il rialzo dei tassi deciso dalla Banca centrale russa, per cui nelle ultime ore c’è stato un leggero sollievo, il rublo ha ripreso a scendere ed al momento è dato a 87 sull’euro, mentre per acquistare un dollaro servono 72,3 rubli. Timothy Ash, analista di Standard Bank, ha affermato al Moscow Times che “L’iniziativa della banca centrale sta fallendo, il rublo si indebolisce di nuovo insieme ai prezzi del petrolio”. (…) “La banca centrale non può consentire che la sua iniziativa fallisca, devono riprovarci con un enorme intervento sul mercato o con altri rialzi dei tassi”.

Il calo del potere d’acquisto della moneta si trasmette direttamente nell’aumento del costo della vita e nella fuga (per chi i soldi li ha) verso l’acquisto di beni-rifugio come oro, immobili ecc., i cui prezzi aumentano e che pertanto sono in grado di preservare il loro valore.

A crescere anche il prezzo dei beni importati in un paese che, nonostante l’originale propaganda filo-Putin messa in piedi da taluni politici nostrani che si recano a Mosca per la questua, i 12 fusi orari, il petrolio e la potenza nucleare, ha lo stesso Pil dell’Italia.

A colpire sono le prospettive di crescita, che, secondo la Banca di Russia, saranno nei prossimi anni pari o attorno allo 0%: ieri l’istituto di emissione ha avvertito che la Russia rischia una profonda recessione, con un calo del Pil del 4,5% nel 2015, se il prezzo del greggio resta a 60 dollari per tutto l’anno.

Note:

1. “Putin e Letta si incontrano a Trieste per il vertice italo-russo: firmati 28 fra accordi e trattati“, Notizie Geopolitiche, 27 nov 2013;