di C. Alessandro Mauceri –
Forse i più giovani non ricordano il termine “guerra fredda”, con il quale negli anni Settanta si definì un periodo di duri scontri tra i paesi occidentali e quelli del blocco sovietico. Un periodo caratterizzato da intense azioni di spionaggio a tutti i livelli. E che, almeno a vedere ciò che è avvenuto nelle scorse settimane, sembra quasi di essere tornato indietro nel tempo.
Qualche giorno fa Wikileaks ha pubblicato documenti che dimostrerebbero azioni di spionaggio informatico condotte dai servizi segreti statunitensi nei confronti della Francia, un paese, almeno sulla carta, alleato. Cinque rapporti dell’Nsa, l’agenzia statunitense più volte finita sotto i riflettori a causa dei metodi poco rispettosi dei diritti di privacy dei cittadini, raggruppati sotto il titolo Espionnage Elysée, e resi noti anche dal giornale francese Libération e dal sito d’informazione Mediapart.
Solo pochi giorni dopo un altro paese, il Brasile, ha denunciato di essere stato vittima di attacchi da parte di hacker americani, i quali, dopo essere riusciti ad accedere ai computer, hanno sottratto informazioni riservate riguardanti la presidente brasiliana Dilma Rousseff e i suoi ministri e ambasciatori. Addirittura, come ha rivelato anche il giornale brasiliano O Globo, gli hacker statunitensi sarebbero riusciti a monitorare anche l’aereo presidenziale “spiando il servizio di telefonia satellitare Inmarsat dell’aereo presidenziale”.
Nei giorni scorsi, però, è avvenuto qualcosa di nuovo, di inaspettato, che ha dimostrato come il “livello” dello scontro si stia alzando, e parecchio: pirati informatici hanno attaccato non semplici siti istituzionali, ma i computer dell’azienda italiana che produce software e programmi di sorveglianza ai governi di mezzo mondo. Un’azienda che, in passato, è stata anche nello scandalo del Datagate e in diversi altri scandali legati alla violazione e all’accesso di dati riservati.
Un caso di spionaggio informatico che, in un istante, ha fatto diventare gli scandali denunciati da Wikileaks o le dichiarazioni di Edward Snowden notiziole da terza pagina. E non solo perché sono stati diffusi 400 Gigabyte di materiale scottante, ma perché gli hacker sono riusciti ad accedere ai dati dei clienti dell’azienda anti-hacker per eccellenza. Ciò significa che potrebbero essere riusciti a mettere le mani anche su dati riservati dei paesi clienti prima che lo scandalo si diffondesse e che venissero presi i dovuti provvedimenti. L’azienda non ha rilasciato dichiarazioni in merito e i dati diffusi sono quelli resi pubblici dagli hacker.
L’azienda italiana Hacking Team vanta tra i propri clienti molti stati. Anche stati come il Kazakistan, l’Arabia Saudita, l’Oman, il Libano, la Mongolia, il Sudan, la Russia, la Tunisia, la Turchia, la Nigeria, il Bahrain, gli Emirati Arabi, Cipro, la Repubblica Ceca, l’Ungheria, il Lussemburgo, la Spagna, la Polonia, la Germania, la Svizzera e molti altri: regimi e governi a volte repressivi e oggetto di critiche a livello internazionale,a causa delle violazioni dei diritti civili. Tra i clienti della ditta ci sarebbero anche forze di polizia ed intelligence. Un’attività di intelligence e spionaggio di primissimo piano a livello globale, tanto che, pochi anni fa, l’azienda era già stata oggetto di accuse da pare di numerose associazioni, tra le quali Human Rights Watch e Reporters Without Borders (che aveva inserito l’azienda nella lista di “nemici della rete”), che avevano espresso forti dubbi e perplessità circa i “servizi” offerti da Hacking Team. Un’azienda che, per contro, vantava (almeno fino a prima di essere lei stessa vittima di spionaggio) una grande stima tra i più alti ranghi dell’intelligence internazionale: i software prodotti per l’intelligence dall’azienda italiana erano considerati tra i più sofisticati in circolazione.
Software che non sono stati sufficienti ad evitare che gli hacker diffondessero una montagna di documenti: scambi di email tra i dipendenti, rapporti tra l’azienda e i governi che hanno acquistato il software, ma anche i dettagli tecnici dei prodotti, in altre parole, come i software prodotti dalla Hacking Team riuscivano a penetrare nei sistemi violati. Tutti i documenti utilizzati e, fino ad ora, ritenuti sicuri.
Ora, il fatto che qualcuno sia riuscito ad accedere fino in fondo ai documenti dell’azienda (e che per dimostrarlo si sia preso la briga di diffonderli), ha dimostrato che le misure di sicurezza non sono poi realmente sicure. E se non lo erano per l’azienda produttrice, potrebbero non esserlo per i suoi clienti.
Sono in molti a pensare che questa vicenda, come altre, sia l’ulteriore conferma che si sta procedendo a grandi passi verso una nuova guerra fredda. Lo dimostrerebbero anche i toni dei contendenti che si fanno sempre più duri ogni giorno che passa. Una situazione resa ancora più pericolosa dal fatto che, nonostante tutti gli accordi internazionali, le convenzioni e gli appelli di pace, continua incessante la corsa agli armamenti: secondo i dati del Sipri di Stoccolma, molti paesi stanno facendo grandi scorte al supermarket delle industrie di armi e armamenti. Ogni anno vengono destinate a questo settore somme spaventose: solo gli Usa nel 2014 hanno speso 610 miliardi di dollari. Somme che basterebbero a risanare l’economia di buona parte del pianeta.
Contemporaneamente stanno aumentando le spese per lo spionaggio e per violare le reti informatiche e frugare tra le carte dei paesi: quelli “nemici”, ma anche quelli “amici”.

