
di Giuseppe Gagliano –
La competizione tra le grandi potenze si sposta sempre più sotto la superficie degli oceani. La decisione di Stati Uniti, Regno Unito e Australia di sviluppare congiuntamente nuovi droni sottomarini nell’ambito dell’alleanza AUKUS conferma che il controllo dei fondali marini è diventato una priorità strategica globale.
Il programma rientra nel secondo pilastro dell’AUKUS, dedicato alle tecnologie avanzate, e punta a creare una rete integrata di sistemi autonomi capaci di sorvegliare e proteggere infrastrutture critiche come cavi per le telecomunicazioni, gasdotti, oleodotti e reti energetiche. Accanto al progetto dei sottomarini nucleari destinati all’Australia, emerge così una nuova dimensione della competizione geopolitica, fondata sul dominio tecnologico e subacqueo.
I droni sottomarini, che dovrebbero entrare in servizio entro il 2027, avranno il compito di monitorare infrastrutture sommerse e individuare eventuali minacce. Una missione apparentemente difensiva ma dal forte valore strategico, poiché la quasi totalità delle comunicazioni digitali globali e una parte rilevante delle forniture energetiche dipendono da reti che corrono sui fondali marini.
Per Washington, Londra e Canberra il controllo di queste infrastrutture rappresenta una componente essenziale della sicurezza nazionale. La vulnerabilità di cavi e condotte è diventata evidente negli ultimi anni, spingendo diversi Paesi occidentali a rafforzare le capacità di sorveglianza e protezione dei fondali. Il Regno Unito, ad esempio, ha avviato il programma Atlantic Bastion per contrastare le attività sottomarine russe nell’Atlantico e nel Mare del Nord.
Sul piano geopolitico, l’obiettivo principale dell’AUKUS resta il contenimento della Cina nell’Indo-Pacifico. Pechino considera l’alleanza una minaccia diretta e accusa gli alleati occidentali di alimentare una nuova corsa agli armamenti nella regione. Per gli Stati Uniti, invece, il rafforzamento delle capacità subacquee serve a impedire che la Cina possa trasformare il Mar Cinese Meridionale e le principali rotte marittime asiatiche in una propria area di influenza esclusiva.
Anche la Russia osserva con attenzione l’evoluzione della guerra sottomarina. Mosca ha già rafforzato la protezione delle proprie basi navali strategiche nel Mare di Barents e in Kamchatka, adottando nuove misure contro la minaccia rappresentata dai sistemi senza pilota. La diffusione dei droni ha infatti modificato profondamente il concetto di distanza strategica, rendendo vulnerabili anche obiettivi considerati fino a pochi anni fa difficilmente raggiungibili.
La posta in gioco non è soltanto militare. Proteggere i fondali significa garantire la sicurezza del traffico dati globale, delle forniture energetiche e delle catene economiche internazionali. In questo senso, l’AUKUS si presenta anche come uno strumento di sicurezza geoeconomica, destinato a difendere le infrastrutture che sostengono l’economia digitale e industriale dell’Occidente.
La crescente attenzione verso il dominio subacqueo conferma che il mare è tornato al centro della geopolitica mondiale. Non più soltanto come spazio attraversato da flotte e rotte commerciali, ma come ambiente strategico popolato da sensori, droni, cavi e infrastrutture invisibili. Una competizione silenziosa che vede confrontarsi Occidente, Cina e Russia e che potrebbe definire i nuovi equilibri di potere del XXI secolo.











