di Raffaele Luongo

Momenti di tensione nel Golfo di Hormuz, dove quattro imbarcazioni leggere e veloci della marina militare iraniana hanno navigato ad alta velocità a meno di 300 yard (275 mt.) da due cacciatorpediniere statunitensi. I motoscafi iraniani hanno sfrecciato accanto alla USS Nitze e alla USS Mason ignorando i molteplici tentativi di comunicare via radio. Una volta avvicinatesi troppo alle imbarcazioni l’equipaggio della Nitze ha tentato di stabilire un contatto usando segnali sonori e proseguendo con il lancio di razzi luminosi, anch’essi palesemente ignorati. Al fine di stemperare la tensione le imbarcazioni americane hanno cambiato rotta, proseguendo il loro percorso lontano dalla marina iraniana.

Il comandante Bill Urban, ufficiale agli Affari Pubblici per il Centro di Comando delle Forze Navali statunitense (NAVCENT), riporta che circa il 10% dei contatti avuti con la marina iranioana dal 2015 a oggi sono stati caratterizzati da eventi simili. La dichiarazione rilasciata da NAVCENT afferma che le imbarcazioni statunitensi si trovavano in acque internazionali e pertanto nel pieno possesso del diritto di transitare indisturbatamente.

Lo stretto di Hormuz è il più importante degli “imbuti” marini attraverso cui le navi trasportano due terzi del petrolio consumato nel mondo. Negli ultimi mesi è aumentata considerevolmente la tensione in queste acque e a giugno il generale iraniano Hosseini Salami, facendo il punto sulla situazione, ha affermato che se l’Iran dovesse sentirsi minacciato dalla presenza americana nella regione non esiterebbe a chiudere lo stretto.

Nonostante il ravvisarsi di un incremento nella produzione di petrolio statunitense bisogna ricordare che gli Usa non possono fare a meno del petrolio proveniente dall’Asia. Un qualsiasi taglio sulla quantità di petrolio in commercio porterebbe a un aumento del prezzo del greggio che finirebbe per gravare anche sull’economia statunitense.

Ogni violento aumento dei prezzi di petrolio negli ultimi quarant’anni, come quelli del 1973, 1979, 1991, 2001, e 2008, ha avuto severe ripercussioni per Washington che ha registrato un aumento della disoccupazione e segnali di recessione nella sua economia.