
di Giuseppe Gagliano –
La Casa Bianca diventa il teatro di un gesto destinato a fare il giro del mondo: la stretta di mano tra il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev, sotto lo sguardo di Donald Trump. L’evento, concluso con la firma di una dichiarazione congiunta, viene presentato come un passo storico verso la pace dopo anni di conflitto per il Nagorno-Karabakh. Ma dietro la scenografia della riconciliazione, la posta in gioco è ben più complessa.
Il Caucaso meridionale è un crocevia strategico che collega Mar Nero, Mar Caspio e Medio Oriente, con interessi incrociati di Russia, Turchia, Iran, Unione Europea e Stati Uniti. La guerra del 2020 e le successive crisi hanno ridisegnato i rapporti di forza: Baku, rafforzata dal sostegno militare turco, ha consolidato il controllo territoriale; Erevan, isolata e delusa dall’alleanza con Mosca, cerca oggi nuovi garanti internazionali. Washington sfrutta questa finestra per riaffermare la propria influenza in un’area che Mosca considera parte del proprio “estero vicino”.
Per Trump il vertice è stato una doppia opportunità: presentarsi come mediatore capace di chiudere conflitti cronici e al contempo ridimensionare l’influenza russa ed europea nel Caucaso. Il gesto della stretta di mano è funzionale a un’immagine di leadership pragmatica, pronta a “chiudere dossier” difficili, ma l’efficacia dipenderà dalla capacità di garantire impegni concreti oltre alla dichiarazione di intenti.
La pace nel Caucaso non è solo questione di sicurezza, ma anche di geoeconomia. La regione ospita oleodotti e gasdotti cruciali per l’Europa e l’Asia, come il Corridoio Meridionale del Gas. Una stabilizzazione duratura aprirebbe prospettive per nuovi investimenti infrastrutturali e logistici, rafforzando le rotte alternative al transito russo e iraniano. Ma ogni accordo dovrà affrontare la diffidenza reciproca e il nodo della gestione dei confini, ancora potenzialmente esplosivo.
Il presidente azero Ilham Aliyev è finalmente riuscito nel grande intento di assicurarsi il corridoio per il Nakhcivan, l’enclave che sarà quindi collegata con la madre patria.
La dichiarazione firmata a Washington ha un alto valore politico, ma una bassa densità di garanzie operative. Senza un meccanismo internazionale di monitoraggio e sicurezza, il cessate-il-fuoco rischia di rimanere fragile, vulnerabile a incidenti di confine o provocazioni armate. Inoltre Russia e Iran, esclusi dal tavolo, potrebbero cercare di sabotare o condizionare l’intesa per non perdere leve di influenza nella regione.
Il summit di Washington è un passo nella giusta direzione, ma la strada verso una pace stabile richiederà mediazioni continue, incentivi economici e garanzie di sicurezza multilaterali. Armenia e Azerbaigian hanno dimostrato di poter dialogare sotto la pressione internazionale; resta da vedere se saranno in grado di mantenere gli impegni quando i riflettori della Casa Bianca si spegneranno.











