di Saber Yakoubi –

Si è svolto a Baghdad dopo 22 anni (era ancora al governo Saddam Hussein) il vertice della Lega Araba, con l’incredibile presidio di 100mila militari.

Gli argomenti da trattare erano al quanto complessi, ma l’occasione del 23esimo incontro della Lega Araba è servito anche per incontrare i nuovi capi di Stato subentrati in seguito alla Primavera Araba.

A chiedersi il significato del vertice di Baghdad è la stessa opinione pubblica del mondo arabo, poiché, a quanto risulta, nessuno degli incontri precedenti ha saputo tradursi in qualcosa di concreto; ancora la gente comune si chiede cosa possa significare la stessa Lega Araba, ad esempio, per la popolazione palestinese ancora oppressa o per i siriani, che continuano a morire? L’impressione che si è colta su quest’ultimo punto in particolare è quella di un gatto che si morde la coda e che per di più ha consegnato la problematica nelle mani di Kofi Annan.

La Lega Araba appare quindi di giorno in giorno sempre più un organismo clinicamente morto, che non è stato in grado di fornire agli arabi altro che una politica fatta all’insegna della codardia, da presidenti disposti a subire pressioni esterne.

Non vi è poi dubbio che le invasioni di Afghanistan e di Iraq siano avvenute con il placet dell’Iran, complice quindi della distruzione pressoché totale dei due stati, ma è certo anche che il paese degli ayatollah detti legge in Iraq e minacci gli altri paesi del Golfo nell’eventualità venisse attaccato da Israele o da altre potenze mondiali: ogni volta che sale la tensione, si apre il mercato delle armi in tutta l’area.

Viene quindi da chiedersi: con il vertice di Baghdad, l’Iraq esce dalla morsa dell’Iran oppure si tratta solo di un tentativo volto a tale scopo?

Chi conosce bene la natura del popolo iracheno può capire veramente quanto possa essere difficile il tessuto sociale: si tratta di un paese molto condizionato dalle appartenenze religiose e dalle etnie, motivi per cui vi è molta tensione che sfocia nella violenza e nello scoppio di bombe.

Si capisce quindi, nell’ospitare il summit della Lega Araba, il tentativo di Nour Al Maliki di far andare in secondo piano le informazioni sulle prigioni e sulle torture e quindi di dare all’Iraq una nuova immagine, tranquilla e sicura, appetibile per investimenti; ai giornalisti è stata presentata una Baghdad ripulita dal terrorismo e dai killer, dai combattenti sunniti di Al Qaeda e dalle milizie sciite di Al Sadr. Baghdad ha cessato, agli occhi dell’opinione pubblica internazionale (almeno, secondo le intenzioni di chi governa) di essere terra bruciata, ma il palcoscenico di accordi sulla Siria e sulla Palestina occupata.

Nonostante questo, il vertice si è concluso ancora una volta con l’ennesima delusione, lasciando senza risposte le aspettative del mondo arabo.

Dei soliti 22 paesi partecipanti, si sono trovati solo in 9, segno di una rottura dovuta alla posizione ambigua dell’Iraq nei confronti della Siria, entrambi sciiti come l’Iran e gli Hezbollah libanesi.

Così, questo vertice della Lega Araba, il quale fa capo a Nabil Al Arabi, successo a Amr Musa, verrà ricordato come il più noioso al punto da suscitare imbarazzanti sbadigli. Anche perché non c’era più Gheddafi, ad intrattenere tutti con la sua comicità, come pure mancava al-Assad, messo al bando ed in attesa di giudizio; il presidente tunisino ha un ruolo transitorio, lo yemenita Abd Rabbo è ancora sotto la pressione di Ali Abdallah Salah, il libico Mostafa Abdel Jalil, più che un capo di Stato è un capo tribù; il re del Marocco, il presidente algerino e quello del Sudan, al-Bashir, sembravano che non ci fossero; i paesi del Golfo erano impegnati per strappare a Iran  e Iraq il controllo della Siria.

Gli arabi sono indignati di ciò che sta succedendo intorno a loro, dai massacri in Siria alla situazione palestinese, il veto che ancora esiste in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite… essi temono che la loro Primavera Araba possa trasformarsi presto in un autunno torrido per via dell’incapacità dei loro capi di dare ossigeno ad un cambiamento in atto, conquistato con il sangue.