di Enrico Oliari –
Nel pieno delle tensioni per quella che ormai viene identificata come la “Terza intifada”, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon si è recato in Israele e in Palestina per chiedere di fermare le violenze, le quali sono iniziate dopo la decisione delle autorità israeliane di concedere agli ebrei di pregare sulla Spianata delle Moschee. Il luogo è a dire il vero sacro per i musulmani in quanto lì Maometto sarebbe stato assunto in cielo dalla roccia ora contenuta nell’omonima cupola, per gli ebrei in quanto resto del tempio costruito da Salomone e distrutto dai romani nel 70 d.C., e per i cristiani perché vi si è recato più volte Gesù.
Fino a poco fa gli ebrei si fermavano al Muro del Pianto, quindi fuori dalla Spianata delle Moschee, il quale è parte del basamento dell’antico tempio.
A Ramallah il Segretario dell’Onu si è visto con il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen, ed in conferenza stampa ha spiegato che “Continueremo a sostenere tutti gli sforzi per creare le condizioni utili a riprendere negoziati veri, per quanto spetti a palestinesi e israeliani scegliere la pace. La nostra sfida più urgente è fermare l’attuale ondata di violenze ed evitare ulteriori perdite di vite umane”.
In serata Ban Ki-Moon si collegherà in videoconferenza con il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite “per informare i membri del Consiglio sulla sua visita in Israele e Palestina”.
Più che la questione della Spianata, sentita dai palestinesi per motivi religiosi, alla base delle tensioni in corso vi sono i problemi di sempre, ovvero l’espansione graduale e mai realmente fermata di case e alloggi nei territori palestinesi e l’immobilismo di Israele sulla nascita di uno stato palestinese.
Proprio per questo il leader Abu Mazen aveva affermato lo scorso 1 ottobre in occasione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite che l’Autorità nazionale palestinese non avrebbe inteso più essere legata agli accordi di Oslo del 1993, dal momento che Israele non li rispetta:
“Comportandosi in questo modo – aveva spiegato in quell’occasione Abu Mazen – Israele non ci lascia altra scelta. Non possiamo restare noi gli unici obbligati a rispettare gli accordi che Israele viola sistematicamente. Per questo dichiariamo che non possiamo continuare a essere legati a questi accordi e che Israele si deve assumere la sua piena responsabilità come forza di occupazione”.

