di Giuseppe Gagliano –
Le proteste esplose all’Avana nella notte tra il 6 e il 7 marzo segnano un nuovo momento di tensione per Cuba, colpita da un blackout che ha lasciato senza corrente gran parte dell’ovest dell’isola. Le manifestazioni con cacerolazos e slogan contro il comunismo sono scoppiate dopo il fermo della centrale termoelettrica Antonio Guiteras, il più importante impianto energetico del Paese, contribuendo a far scendere la disponibilità di elettricità ben sotto la domanda nazionale.
Il blackout è l’ultimo segnale di una crisi energetica ormai strutturale. Il sistema elettrico cubano soffre da anni di infrastrutture obsolete, scarsa manutenzione e cronica carenza di carburante. Il calo delle forniture petrolifere dal Venezuela e le nuove pressioni statunitensi sui flussi di greggio verso l’isola hanno aggravato la situazione. Negli ultimi mesi si tratta già del secondo grande blackout che colpisce l’ovest del Paese.
In questo contesto l’assenza di elettricità diventa rapidamente una questione politica. Quando mancano ventilazione, refrigerazione degli alimenti e servizi essenziali, il malcontento quotidiano si trasforma in protesta contro il sistema. Le cronache parlano di interi quartieri scesi in strada o affacciati ai balconi a battere pentole, segno di una rabbia che va oltre la denuncia delle privazioni e colpisce direttamente il governo.
Il potere cubano mantiene ancora gli strumenti principali di controllo, dall’apparato di sicurezza al monopolio politico e mediatico. Tuttavia ogni blackout prolungato riduce il margine di governabilità perché l’erosione delle condizioni di vita quotidiana indebolisce la base di obbedienza sociale. Non è la quantità immediata dei manifestanti a pesare, ma la diffusione del dissenso nelle famiglie e nei quartieri.
Alla radice della crisi c’è anche la fragilità economica dell’isola. Cuba dipende dalle forniture energetiche esterne e da un sistema produttivo che fatica a rinnovarsi. In assenza di riserve industriali e finanziarie adeguate, ogni guasto a una centrale o interruzione delle forniture di combustibile diventa una crisi nazionale. Il blackout diventa così il simbolo di un modello economico incapace di garantire la continuità dei servizi essenziali.
Le reazioni della diaspora cubana negli Stati Uniti hanno dato visibilità internazionale alle proteste, ma il destino della crisi resta legato soprattutto alla dinamica interna tra popolazione, apparato statale e capacità del governo di assicurare condizioni minime di normalità.
Per L’Avana il rischio principale non è un’insurrezione improvvisa, ma l’accumulo di difficoltà economiche, sfiducia sociale e perdita di controllo psicologico. Ogni blackout rafforza l’idea che la crisi non sia più un incidente tecnico, ma il riflesso di un sistema in difficoltà, alimentando una protesta che, pur non mettendo ancora in discussione la sopravvivenza del regime, segnala una crescente erosione del consenso.












