di Giuseppe Gagliano

La Bolivia si trova al centro di una contesa che non riguarda soltanto la politica interna, ma la collocazione stessa del Paese nello scacchiere mondiale. Jorge Quiroga, candidato di destra ed ex presidente, ha annunciato l’intenzione di annullare i contratti multimiliardari stipulati con la Russia e la Cina per lo sfruttamento del litio. Un gesto che, se portato a termine, rappresenterebbe una svolta radicale non solo nelle relazioni economiche del Paese, ma anche nella sua strategia geopolitica.

Il litio, elemento essenziale per le batterie di smartphone e veicoli elettrici, è divenuto la nuova moneta di potere globale. Con il “triangolo del litio” (Bolivia, Cile e Argentina) che ospita circa il 60% delle riserve mondiali, ogni decisione in materia incide sugli equilibri tra grandi potenze.

Il governo uscente di Luis Arce ha ereditato il declino della rendita del gas, un tempo pilastro dell’economia boliviana sotto Evo Morales. L’erosione delle riserve in valuta estera, le carenze di carburante e dollari, e un’inflazione schizzata oltre il 24% hanno minato la stabilità del Paese. In questo contesto, gli accordi da 2 miliardi di dollari con la russa Uranium One e la cinese CBC (legata a CATL) dovevano essere il trampolino per rilanciare il settore minerario.

Ma le resistenze interne, tra lotte parlamentari e opposizione delle comunità indigene, hanno bloccato i progetti. E la crisi economica ha punito il Movimento al Socialismo, aprendo la strada a un ballottaggio inedito tra il centrista Rodrigo Paz e il liberista Quiroga.

Il controllo del litio non è solo questione di profitti. È questione di sicurezza nazionale. In un mondo in cui i veicoli elettrici diventano parte integrante della mobilità e le batterie strumenti strategici per l’accumulo energetico, decidere chi avrà accesso al litio boliviano significa definire anche alleanze militari e industriali.

Il legame con la Cina non implica solo investimenti minerari, ma anche tecnologie e infrastrutture. Analogamente, l’apertura verso la Russia ha significati che superano l’economia, toccando l’area della cooperazione energetica e difensiva. Una rottura con Mosca e Pechino non passerebbe inosservata a Washington, che da tempo cerca di contenere l’espansione cinese in America Latina.

Quiroga, formato negli Stati Uniti, sembra voler riallineare la Bolivia con l’orbita occidentale, cancellando contratti siglati “alle spalle” delle autorità locali. È una scelta che si inscrive nella nuova “guerra delle risorse”, dove il litio è la chiave di una competizione che ricorda le vecchie lotte per il petrolio.

Il candidato Paz, invece, propone una via moderata: stabilizzazione senza austerità radicale, taglio ai sussidi ma senza aprire subito la porta a un salvataggio internazionale. In questo senso, la sua linea appare più pragmatica, ma meno in grado di rompere il circolo vizioso che lega la Bolivia a un modello estrattivo incompiuto.

Se la Bolivia decidesse davvero di revocare i contratti con Cina e Russia, si troverebbe davanti due scenari:

1. un avvicinamento diretto agli Stati Uniti e alle multinazionali occidentali, desiderose di assicurarsi quote di litio;

2. il rischio di isolamento finanziario, con la perdita di investimenti immediati e la difficoltà di attrarre nuovi capitali in un contesto di instabilità.

In entrambi i casi, il destino della Piana di Uyuni, la più grande riserva mondiale di litio non ancora sfruttata, diventerà il barometro non solo dell’economia boliviana, ma anche della sfida tra modelli di sviluppo contrapposti: quello statalista e sovranista di Morales e Arce, contro quello liberista e filo-occidentale di Quiroga.

Il voto di ottobre non deciderà soltanto quale presidente guiderà la Bolivia, ma quale posizione assumerà il Paese nel grande gioco globale del XXI secolo. La posta in palio non è soltanto il futuro economico della nazione, ma la sua sovranità sulle risorse strategiche e il suo allineamento geopolitico. In questo senso, il litio non è più solo un metallo, ma la chiave del destino politico boliviano.