di Giuseppe Gagliano –
La Bolivia si trova al centro di una nuova emergenza di sicurezza. Il presidente eletto Rodrigo Paz ha chiesto al governo uscente di Luis Arce di rafforzare con urgenza i controlli alle frontiere dopo la sanguinosa operazione di polizia avvenuta a Rio de Janeiro contro la banda del Comando Vermelho. Con oltre 130 morti e decine di quartieri devastati, l’offensiva brasiliana rischia ora di spingere elementi criminali verso i territori confinanti. Paz ha lanciato l’allarme: la Bolivia, attraversata da oltre 3.500 chilometri di confine con il Brasile, non può permettersi di diventare la retrovia del narcotraffico sudamericano.
Le parole di Paz hanno un significato che va oltre l’emergenza. La Bolivia vive una fase di transizione politica delicata, segnata da divisioni interne e da istituzioni indebolite. La porosità delle frontiere amazzoniche, la scarsità di presidi statali e la corruzione diffusa ne fanno un obiettivo ideale per i cartelli. L’ex presidente Arce, più volte accusato di sottovalutare la presenza di reti criminali straniere, si trova ora costretto a cooperare con il nuovo esecutivo per evitare che la violenza varchi il confine.
L’offensiva di Rio de Janeiro ha colpito duramente il Comando Vermelho, una delle più potenti organizzazioni del narcotraffico brasiliano, ma ne ha anche disperso i membri. Centinaia di affiliati, inseguiti dalla polizia, potrebbero ora cercare rifugio in Bolivia, Paraguay e Perù. L’esperienza insegna che la repressione senza controllo del territorio produce spostamenti e ricomposizioni delle reti criminali più che la loro eliminazione. Ecco perché Paz ha chiesto il coordinamento immediato con Brasilia, un’azione congiunta che includa esercito e polizia di frontiera per monitorare le aree più esposte.
Per il nuovo presidente, la sicurezza interna non è più solo un tema di ordine pubblico, ma una questione geopolitica. Paz vuole trasformare la Bolivia da territorio di passaggio a Paese di controllo, recuperando la fiducia dei cittadini nelle istituzioni dopo anni di scandali e inefficienza. Ha promesso una riforma complessiva delle forze di sicurezza, una maggiore cooperazione con i Paesi vicini e un nuovo sistema di sorveglianza elettronica delle frontiere.
Non si tratta di un timore astratto. Solo poche settimane fa è emerso che Sergio Luis de Freitas Filho, alias Mijao, uno dei capi del gruppo rivale Primeiro Comando da Capital, aveva vissuto per mesi in Bolivia con documenti falsi. L’episodio ha mostrato quanto siano deboli i controlli migratori e quanto facilmente le reti criminali possano radicarsi nel Paese. Paz ha definito il caso “un precedente inaccettabile”, sottolineando che il nuovo governo non tollererà la complicità o la negligenza delle autorità locali.
L’appello di Paz arriva mentre il presidente brasiliano Lula da Silva difende la durezza dell’operazione di Rio, descrivendola come “necessaria ma dolorosa”. Tuttavia, l’onda lunga di quella violenza rischia di attraversare le frontiere e di infiammare una regione già instabile. La Bolivia, per la sua posizione geografica, diventa così il crocevia tra i flussi di droga, armi e migranti che attraversano l’Amazzonia.
La stabilità della Bolivia interessa tutta l’America Latina. Un collasso del controllo interno aprirebbe spazi ai cartelli, minerebbe la cooperazione regionale e potrebbe compromettere la ripresa economica di un Paese che, pur ricco di risorse naturali, resta tra i più fragili del continente. Paz, che entrerà in carica l’8 novembre, ha scelto di partire dalla sicurezza come fondamento del nuovo corso politico: un segnale che la Bolivia vuole tornare a essere attore, e non solo spettatore, nel grande gioco latinoamericano della lotta al crimine organizzato.




