di Valentino De Bernardis –
Dopo un continuo annunciare e procrastinare, a quasi sei mesi dalle scorse elezioni generali (ottobre 2014) i partiti bosniaci, sia a livello dell’entità bosniaco-croata (FBiH) che a livello di stato centrale (BiH), sono riusciti a concretizzare la formazione dei due rispettivi governi. La Bosnia e Herzegovina difatti è l’unico paese dell’ex-Jugoslavia ancora prigioniero dell’accordo di Dayton del 1995, che sebbene all’epoca abbia avuto il merito di porre fine al conflitto, oggigiorno autoalimenta l’immobilismo istituzionale, incentivando lo status quo della frammentazione politica su base etnica.
L’elemento decisivo che ha spinto i protagonisti politici a giungere ad una conclusione condivisa è da rintracciare nella necessità di approvare il nuovo budget 2015 a livello FBiH, dato che il finanziamento temporaneo per la normale amministrazione per il periodo gennaio-marzo (un totale di 421.823.778 marchi), scadeva proprio a fine mese.
La difficile ricerca di una grande maggioranza ha portato alla formazione di un’ampia coalizione di governo, formata da partiti anche molto distanti tra di loro come agenda politica, e include: Partito d’Azione Democratica (SDA); Fronte Democratico (DF); Unione Democratica Croata (HDZBiH); Partito Democratico Serbo (SDS); Partito del Progresso Democratico (PDP); Movimento Nazionale Democratico (NDP). Il difficile gioco di pesi e contrappesi politico-etnici si è riverberato anche nella distribuzioni dei ministeri, nel nuovo esecutivo guidato da Denis Zvizdic (SDA), come segue:
Affari Civili: Adil Osmanovic (SDA), vice Djordje Milicevic (NDP);
Diritti Umani e i Rifugiati: Semiha Borovac (SDA), vice Predrag Jovic (SDS);
Finanze e Tesoro: Vjekoslav Bevanda (HDZBiH), vice Mirsad Zuga (SDA);
Difesa Marina: Pendes (HDZBiH), vice Emir Suljagic (DF) e Boris Jernic (SDS);
Giustizia: Josip Grubesa,(HDZBiH), vice Nezir Pivic (SDA);
Affari Esteri: Igor Crnadak (PDP), vice Josip Brkic (HDZBiH);
Sicurezza: Dragan Mektic, (SDS), vice Mijo Kresic (HDZBiH);
Trasporti e Comunicazione: Slavko Matanovic (DF), vice da nominare;
Commercio Estero e Relazioni economiche: Mirko Sarovic (SDS), vice Mato Franjicevic (HDZBiH).
Nonostante i buoni propositi di Zvizdic a voler implementare il prima possibile tutte le riforme necessarie per riprendere il percorso di integrazione europea e migliorare l’economia del paese, rimangono alcuni fattori endogeni ed esogeni a Sarajevo da cui non si può prescindere per valutare la fattibile realizzazione delle necessarie riforme politico-economiche.
Il rapporto con l’UE
Il redivivo interesse dell’Unione Europea verso le questioni interne di Sarajevo è da leggere prettamente in chiave geopolitica, per estromettere dai giochi tutti i possibili contendenti alla creazione di una propria sfera di influenza in Bosnia (prima tra tutti la Russia), ed evitare la nascita di una Kaliningrad nel cuore dei Balcani. Rischio latente ma tornato praticamente in auge nell’ultimo anno, come dimostrano le profferte del presidente dell’entità Serba (Republika Srpska), Milord Dodik, di una più stretta collaborazione politico-economica a Mosca, come dimostrano i molteplici incontri bilaterali che si sono tenuti nel corso dell’anno scorso. Sebbene sia indubbio che un rafforzamento dei legami sia più necessario per Dodik che per Putin, in vista anche del prossimo congresso di partito che lo vede in difficoltà, è altrettanto indubbio che Mosca non disdegni il corteggiamento per mettere maggiore pressione sulle istituzioni europee senza troppo sforzo.
L’approccio anglo-tedesco.
Il nuovo approccio adottato dall’Unione Europea, sotto l’impulso di Londra e Berlino, ha il merito di offrire ai partiti politici bosniaci un perimetro politico entro cui poter agilmente implementare le riforme necessarie a proseguire il percorso di integrazione europea. Concentrarsi però su tematiche economico-sociali, tralasciando ad un secondo momento le annose questioni riguardanti le riforme costituzionale e dei diritti umani (su tutto il caso Sejdic-Finci), è solo un modo per rimandare il tema cardine da cui derivano a cascata tutti i problemi del giovane stato balcanico: l’implementazione, o superamento, degli accordi di Dayton.
L’incognita croata.
Da sempre interessata a portare avanti l’istanza per la creazione di una terza entità croata in Herzegovina, dall’inizio del 2015 le istituzioni di Zagabria hanno reso ancora più manifesto il loro interesse per le sorti dei croati dell’Herzegovina, da sempre impegnati nella creazione di una terza entità a maggioranza croata. Alle ripetute dichiarazione del nuovo presidente della repubblica Kolinda Krabar-Kitarovic, si sono aggiunti i delegati croati al Parlamento europeo, che hanno presentato diversi emendamenti alla relazione sui progressi della Bosnia-Herzegovina, in cui richiedono far dipendere la candidatura per l’adesione all’Unione Europea di Sarajevo alle necessarie riforme costituzionali per una completa uguaglianza di tutti i cittadini.
Il malessere popolare.
L’incapacità dei soggetti politici nazionali ed internazionali a far uscire le istituzioni bosniache dall’immobilismo cronico, va ad alimentare il sottobosco del malessere di una popolazione impegnata a fronteggiare da sola una lunga crisi economica. Se ad oggi pare difficile che si possa ricreare lo stesso allineamento dei pianeti che ha portato alle rivolte di strada del febbraio 2014, è altrettanto vero che per le strade di molte città bosniache vi è nella società civile quello strano silenzio prima della tempesta. Voci ufficiose riportano l’organizzazione di una grande manifestazione apartitica e anti partitica per il mese di maggio; quale possa essere la portata e le conseguenze è difficile da dire.
@debernardisv

