di Enrico Oliari –
Non finiscono i guai giudiziari per l’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, individuato dalla procura federale come il numero uno della tangentopoli del paese latinoamericano, “il grande generale che comandò la realizzazione e la pratica dei reati, oltre a coordinarne il funzionamento ed eventualmente deciderne la paralisi”: oggi Lula è stato rinviato a giudizio per una vicenda di presunte tangenti pagate per la realizzazione di opere pubbliche in Angola, con accuse che spaziano dal riciclaggio, al traffico di influenze illecite all’ associazione a delinquere.
I reati contestati risalgono al periodo tra il 2008 e il 2015 quando l’ex presidente avrebbe esercitato pressioni sui vertici della Bndes (Banca nazionale di sviluppo economico e sociale) perché fossero concessi finanziamenti pubblici per realizzare opere di ingegneria civile in Angola.
Con Lula sono stati rinviati a giudizio anche il nipote, Taiguara dos Santos, l’imprenditore Marcelo Odebrecht, ora collaboratori di giustizia in cambio di uno sconto di pena, e altre otto persone.
Ad operare in Angola è stato il colosso delle costruzioni brasiliano Odebrecht, già coinvolto nell’inchiesta Lava Jato. L’azienda avrebbe pagato una tangente di 30 milioni di reais (circa 8 milioni di euro) per ottenere l’appalto.
Il nome dell’ex presidente è saltato fuori per altri due casi inerenti alla stessa maxi-inchiesta, compe pure per lo scandalo Petrobras e commesse statali: il 31 luglio Lula stato rinviato a giudizio dal giudice Ricardo Leite della Corte federale di Brasilia per “tentata ostruzione” in merito all’inchiesta sull’affaire Petrobras e ai relativi fondi neri, che ha visto tangenti a nove zeri spartite fra politici ed esponenti del governo. Con lui sono sotto processo altre sei persone, tra cui l’ex numero uno di Btg, André Esteves, l’ex avvocato di Amaral, Edson Ribeiro, l’imprenditore José Carlos Bumlai (amico personale di Lula) e suo figlio, Mauricio Bumlai.
A far scattare l’inchiesta Petrobras è stato l’ex senatore del Pt Delcidio Amaral, il quale aveva accusato sia Lula che Rousseff di aver cercato, insieme agli altri, di comprare il silenzio dell’ex direttore della Petrobras Nestor Cerverò, che ha confessato e che si è messo a collaborare con gli inquirenti.
Amaral, stando a quanto appurato, avrebbe a suo tempo cercato di convincere Cerverò a non collaborare con la giustizia, offrendogli anche una via per uscire dal carcere. Il dialogo era stato tuttavia registrato dal figlio del direttore della Petrobras, e nella registrazione Amaral aveva detto di agire per conto di Lula, ancora molto influente nel panorama politico brasiliano, e di Rousseff.
Come se non bastasse, in aprile Rousseff aveva nominato Lula ministro della Casa civil (capo di Gabinetto) al fine di far avere all’ex presidente l’opportuna immunità e quindi di sottrarlo alle indagini sul caso Petrobras e per l’occultamento del patrimonio, cosa peraltro risultata da un’intercettazione. L’iniziativa, poi sospesa dal giudice federale Itagiba Catta Preta Neto, è costata alla Rousseff, ormai ex presidente dopo il processo di impeachment, una denuncia per intralcio alla giustizia.

