di Giuseppe Gagliano –
Le autorità del Brasile hanno disposto il blocco della costruzione della fabbrica BYD a seguito della scoperta di oltre 160 lavoratori cinesi costretti a vivere in condizioni di semi-schiavitù, privati del passaporto e del salario. Non si tratta solo una denuncia di pratiche inaccettabili, ma di uno specchio che riflette le ombre del sistema economico globale. Un sistema in cui il profitto viene sempre prima della dignità umana.
Il caso di BYD è emblematico, ma è corretto precisare che interessa un subappaltatore. Una delle più grandi aziende al mondo nella produzione di veicoli elettrici, che esporta anche in Europa, si presenta come un simbolo di innovazione e sostenibilità, ma forse a mancare è stato il controllo delle garanzie offerte dall’azienda edile appaltata. Sotto la patina lucida delle auto elettriche si potrebbe quindi nascondere una realtà fatta di sfruttamento e abusi. I lavoratori cinesi vivevano in condizioni indegne: letti senza materassi, bagni condivisi da decine di persone, e una totale negazione dei diritti fondamentali.
Davanti a casi simili non basta punire il subappaltatore di turno o fare dichiarazioni di facciata. È necessario ripensare il sistema, perché finché il profitto sarà l’unica bussola, ci saranno sempre vittime sacrificate sull’altare del mercato globale. E tra queste ci saranno sempre i lavoratori più vulnerabili.




