di Giusepe Gagliano –
L’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro sarà processato con l’accusa di aver ordito un colpo di Stato. È quanto ha deciso all’unanimità la Corte Suprema del Brasile, accogliendo le prove avanzate dal giudice Alexandre de Moraes, il più esposto tra i magistrati che hanno sfidato l’ex leader dell’ultradestra sudamericana. Un passaggio giudiziario, questo, che potrebbe riscrivere l’intero equilibrio politico del Paese e segnare la fine, politica prima ancora che giudiziaria, dell’uomo che più di ogni altro ha incarnato il populismo muscolare nel cuore dell’America Latina.
Le immagini mostrate dalla Corte sono già storia. Migliaia di sostenitori di Bolsonaro, una settimana dopo l’insediamento ufficiale del presidente Lula da Silva, assaltano il Congresso, la Corte Suprema e il palazzo presidenziale di Brasilia. Una replica in salsa tropicale del 6 gennaio statunitense, ma con l’aggravante, secondo l’accusa, di essere stata alimentata e pianificata direttamente da ambienti vicini all’ex presidente, con il supporto di alti ufficiali dell’esercito e pezzi dello Stato profondo.
Per il giudice Moraes, non si è trattato di una manifestazione degenerata, ma dell’atto conclusivo di una strategia ben più lunga e corrosiva: un “sforzo sistematico” per minare la fiducia nelle elezioni, screditare il sistema democratico, promuovere la teoria del complotto sui brogli, e infine preparare il terreno per un intervento di forza che impedisse a Lula di tornare al potere.
Bolsonaro, ex capitano dell’esercito, presidente dal 2019 al 2022, emulo di Trump e paladino dei no vax, dei latifondisti e dei predicatori evangelici, è accusato di cinque gravi reati tra cui il tentativo di abolire con la violenza lo stato di diritto democratico e la pianificazione di un colpo di Stato. Il processo potrebbe concludersi con una condanna pesantissima e la sua definitiva estromissione dalla scena politica.
Per ora Bolsonaro nega ogni addebito, parlando di persecuzione politica orchestrata dalla sinistra e dai “giudici militanti”, un copione ormai familiare a ogni latitudine dove i leader populisti si scontrano con le regole democratiche.
Ma al di là del destino personale di Bolsonaro, il caso che si apre in Brasile interroga la tenuta stessa delle democrazie fragili, non solo in America Latina. Come può sopravvivere un sistema elettorale quando chi lo guida lo delegittima? Qual è il prezzo da pagare per tollerare il negazionismo istituzionale? E quanto è sottile, oggi, il confine tra il dissenso politico e l’eversione?
La Corte suprema brasiliana ha scelto la via della fermezza. Ma la vera battaglia sarà nei prossimi mesi, quando la macchina giudiziaria dovrà dimostrare, davanti all’opinione pubblica nazionale e internazionale, che il golpe c’era, eccome. Anche se è fallito.




