di Giuseppe Gagliano –
Il 18 giugno, mentre il Brasile discute il futuro della sua sovranità energetica e ambientale, esplode una nuova accusa che scuote le fondamenta del suo sistema democratico: Jair Bolsonaro, ex presidente della Repubblica (2019–2023), è formalmente accusato di aver gestito una rete di spionaggio illegale contro magistrati, giornalisti e oppositori politici. L’indagine, battezzata “Parallel Abin”, coinvolge direttamente l’Agenzia brasiliana di intelligence (ABIN) che, secondo gli inquirenti, sarebbe stata trasformata in uno strumento clandestino di sorveglianza e pressione politica al servizio di un potere personale.
Secondo fonti ufficiali citate dalla stampa locale, la Polizia federale ha trasmesso alla Corte suprema una relazione dettagliata in cui si descrive la costituzione di una vera e propria organizzazione criminale all’interno degli apparati statali. Al centro del dossier: intercettazioni illegali, intrusioni nei dispositivi privati di cittadini, monitoraggio sistematico dell’opposizione. Tra gli indagati figura anche Carlos Bolsonaro, figlio dell’ex presidente e consigliere comunale a Rio de Janeiro, accusato di aver utilizzato direttamente le informazioni ottenute per colpire pubblicamente gli “sorvegliati speciali” attraverso campagne diffamatorie.
A rendere la vicenda ancora più esplosiva è un precedente: nel marzo scorso era emersa una pista parallela secondo cui l’ABIN, su mandato dell’amministrazione Bolsonaro, avrebbe hackerato sistemi governativi paraguaiani per ottenere dati riservati sulla centrale idroelettrica binazionale di Itaipú, vero nodo energetico e geopolitico tra i due Paesi.
Le autorità attuali, insediate con la presidenza di Lula, hanno cercato di prendere le distanze: le operazioni illecite, spiegano, sarebbero state scoperte e interrotte nel marzo 2023, pochi mesi dopo il passaggio di consegne. Ma la portata dello scandalo supera i confini giuridici: mette in discussione la tenuta democratica dello Stato brasiliano durante l’intero mandato bolsonarista, accusato non solo di avere manipolato strumenti di sorveglianza, ma di avere tentato, secondo un secondo procedimento presso la Corte suprema, di sovvertire l’esito elettorale del 2022 attraverso un piano golpista.
La Procura sostiene che Bolsonaro e i suoi collaboratori abbiano considerato l’ipotesi dello stato d’assedio come misura estrema per impedire l’insediamento di Lula. Un progetto, se confermato, che getterebbe un’ombra gravissima su tutta la transizione post-elettorale.
Nel mentre, un’altra questione infiamma il dibattito pubblico: il governo brasiliano ha annunciato l’apertura di un’asta petrolifera che coinvolge 172 blocchi esplorativi, inclusi 47 nella regione della Foz do Amazonas, presso la foce del grande fiume. Un’area riconosciuta a livello internazionale per la sua fragilità ecologica, dove vivono comunità indigene e si concentrano mangrovie, barriere coralline e specie protette come il lamantino e il delfino grigio.
La decisione ha scatenato le proteste di decine di ONG ambientaliste, che accusano il governo Lula di doppiezza politica: da un lato promotore della transizione verde e ospite designato del vertice COP30 di Belém; dall’altro, sponsor attivo dello sfruttamento petrolifero in un’area biologicamente vulnerabile, senza che Petrobras, la compagnia petrolifera nazionale, abbia ancora ottenuto le necessarie licenze ambientali.
Secondo l’Agenzia Nazionale del Petrolio (ANP), 12 compagnie multinazionali sono già state ammesse a partecipare all’asta prevista in un hotel di Rio de Janeiro. Altre 31 sono state registrate come potenziali partner in consorzi misti. I blocchi in questione si estendono su cinque bacini: uno terrestre (Perrecis) e quattro marini (Potiguar, Santos, Pelotas e Foz do Amazonas).
Il paradosso è evidente: mentre l’esecutivo cerca di ripristinare la legalità attraverso la denuncia del bolsonarismo deviato, rischia di compromettere il proprio profilo internazionale autorizzando trivellazioni in ecosistemi marini strategici. È la tensione permanente tra Stato di diritto e sviluppo economico, tra tutela dell’ambiente e logiche estrattive.
Il caso ABIN e l’asta petrolifera sono due facce della stessa crisi: una democrazia che, uscita da un’esperienza autoritaria e traumatica, non ha ancora trovato una sintesi tra legalità istituzionale, giustizia sociale e sostenibilità ambientale. In entrambi i casi, la posta in gioco non è solo il futuro giudiziario di Bolsonaro o il bilancio energetico nazionale. È la credibilità del Brasile come attore democratico, ecologico e multilaterale.




