di Giuseppe Gagliano –

L’accusa di spionaggio che ha spinto il Paraguay a richiamare il proprio ambasciatore in Brasile non è soltanto un incidente diplomatico: è il sintomo evidente di quanto le ombre del passato recente, quello dell’amministrazione Bolsonaro, continuino a condizionare la credibilità del Brasile e la stabilità geopolitica della regione. Se confermata, l’operazione di intelligence della ABIN, avviata nel 2022 con l’obiettivo di carpire informazioni riservate sulle trattative per la diga di Itaipu, rappresenta un atto ostile mascherato da interesse nazionale. Un attacco non solo alla sovranità del Paraguay, ma anche allo spirito stesso del Trattato binazionale del 1973.

Il governo Lula ha scelto la strada della presa di distanza, attribuendo la responsabilità all’era precedente. Tuttavia, le spiegazioni non bastano a placare la reazione di Asuncion, che ha sospeso i negoziati sull’Allegato C — una partita strategica che determina non solo la distribuzione dell’energia elettrica, ma l’equilibrio stesso nei rapporti tra i due Paesi. Per il Paraguay, che dipende in gran parte dalla vendita del surplus energetico al vicino gigante, il sospetto di essere stato vittima di cyberspionaggio suona come un tradimento.

Sul piano politico, la questione solleva interrogativi più ampi. Perché Bolsonaro, già noto per la sua ossessione per il controllo e la manipolazione dell’apparato statale, avrebbe autorizzato un’operazione tanto rischiosa proprio nei confronti di un alleato storico? La risposta è semplice: Itaipu è potere, e il potere si conquista anche violando le regole del gioco diplomatico. Che la diga sia uno degli asset strategici più sensibili dell’intero continente non è una novità. Controllarne la gestione, anticipare le mosse di Asuncion, potrebbe aver significato per Brasilia l’opportunità di imporsi come l’unico decisore nel merito.

Il fatto che tutto questo emerga nel momento in cui il Paraguay è retto da Santiago Peña, presidente attento a rafforzare la propria proiezione internazionale e a difendere la dignità sovrana del proprio Stato, rende lo scontro ancora più carico di significati. Peña non può permettersi di apparire debole, né di piegarsi al “peso naturale” del vicino. Il richiamo dell’ambasciatore e la convocazione di quello brasiliano ad Asuncion non sono solo gesti simbolici: sono la messa in atto di una strategia di autodifesa politica, prima ancora che diplomatica.

Lula da parte sua cerca di tenere il punto, senza però rompere: sa bene che un’escalation in Sud America danneggerebbe l’intera regione e il suo stesso disegno di restituire al Brasile il ruolo di mediatore globale. Ma il rischio è che il caso Itaipu diventi la cartina di tornasole del nuovo assetto latinoamericano, dove le rivalità economiche si traducono sempre più spesso in operazioni occulte e scontri di narrativa.

In gioco, del resto, non c’è solo l’energia. C’è l’idea di sovranità, la fiducia tra Stati, la tenuta degli accordi bilaterali. E soprattutto c’è la memoria ancora viva di quanto un populismo autoritario e nazionalista, come quello incarnato da Bolsonaro, possa contaminare per lungo tempo i gangli dello Stato. Itaipu è solo il pretesto: la vera diga che rischia di rompersi è quella della fiducia tra le democrazie latinoamericane.