di Giuseppe Gagliano

La presa di posizione del sottosegretario di Stato Usa, Christopher Landau, contro il giudice della Corte suprema brasiliana Alexandre de Moraes, segna un inasprimento nei rapporti tra Stati Uniti e Brasile. L’accusa è pesante: un magistrato non eletto avrebbe assunto poteri “autoritari”, minacciando arresti e sanzioni verso figure di primo piano e i loro familiari, fino a estendere l’applicazione della legge brasiliana oltre i propri confini per colpire individui e aziende negli USA. Un atto definito “senza precedenti”, che per Washington compromette un rapporto bilaterale di lunga data.

Dietro la polemica giudiziaria si nasconde una tensione politica più ampia. De Moraes è il giudice incaricato delle indagini sul presunto colpo di Stato contro l’ex presidente Jair Bolsonaro, un caso che ha diviso il Paese e polarizzato la scena politica.

L’opposizione, a guida bolsonarista, ha presentato una mozione di impeachment contro de Moraes, ottenendo un numero significativo di firme in Senato. Tuttavia il presidente dell’assemblea, Davi Alcolumbre, appare riluttante a portare la richiesta in votazione, consapevole che servirebbe il sostegno dei due terzi dei senatori. La mossa, pur non avendo prospettive immediate di successo, ha permesso all’opposizione di uscire da un braccio di ferro che aveva paralizzato il Congresso in protesta contro l’arresto domiciliare di Bolsonaro.

In parallelo l’opposizione ha avanzato un “pacchetto di pace” che comprende amnistie per i responsabili dell’assalto del gennaio 2023 alle sedi dei tre poteri dello Stato e la riforma per abolire la giurisdizione privilegiata per politici ed ex presidenti.

La posizione di Washington non si limita a un giudizio sul sistema giudiziario brasiliano: è una pressione politica diretta sul governo di Luiz Inácio Lula da Silva. L’inclusione di de Moraes nella lista del Magnitsky Act, con conseguente blocco di beni e restrizioni, e l’imposizione di dazi punitivi del 50% su alcune importazioni brasiliane, rientrano in una strategia di leve economiche e diplomatiche che rafforza l’asse con l’opposizione interna.

La crisi si inserisce in un contesto geopolitico delicato: il Brasile di Lula cerca un ruolo autonomo nei BRICS, mantiene rapporti attivi con la Cina e promuove una politica estera multipolare, in contrasto con la linea statunitense. Per Washington, questo rappresenta un ostacolo alla proiezione d’influenza in America Latina, storicamente considerata “cortile di casa”.

Le tensioni non sono solo politiche: colpire settori economici chiave con dazi e sanzioni è un modo per esercitare pressione sulle élite imprenditoriali brasiliane e favorire fratture interne. Sul medio periodo, queste misure possono indebolire la competitività del Brasile su mercati strategici e spingere le forze economiche interne a prendere posizione contro l’attuale esecutivo.

Parallelamente, il messaggio statunitense agli altri Paesi della regione è chiaro: chi si discosta dalle linee di Washington, soprattutto su dossier di sicurezza e governance, può aspettarsi ritorsioni economiche e politiche.

Il caso de Moraes è il detonatore di una frattura più profonda. Da un lato, un Brasile che rivendica autonomia e pluralità di alleanze; dall’altro, una Washington che utilizza il dossier giudiziario come leva geopolitica. Lula, stretto tra la necessità di difendere le istituzioni e il rischio di isolamento economico, potrebbe trasformare questo scontro in una bandiera politica, rafforzando il suo profilo come leader latinoamericano capace di resistere alle pressioni esterne.