di Giuseppe Gagliano –
Un segnale politico prima che commerciale
Il Brasile, per anni argine interno del Mercosur a un negoziato con Pechino, oggi lascia filtrare un’apertura a un’intesa limitata con la Cina. Non si tratta ancora di un accordo di libero scambio pieno, ma dell’ipotesi di un’intesa parziale su alcune linee tariffarie e, soprattutto, sulle barriere non tariffarie. È un cambio di postura che riflette la percezione di un sistema commerciale globale più instabile, segnato da dazi, ritorsioni e riallineamenti.
La spinta nasce da due fattori convergenti: da un lato l’attivismo cinese in America Latina, dall’altro la pressione protezionistica statunitense che riduce gli spazi di manovra dei partner. Brasilia prende atto che la dipendenza da pochi mercati espone a shock politici e commerciali, e che la diversificazione è diventata una forma di assicurazione strategica.
Il timore storico del Brasile riguarda l’impatto della produzione industriale cinese sui comparti nazionali. Per questo l’idea di un accordo parziale è politicamente digeribile: consente aperture calibrate, tutela i settori sensibili e punta a vantaggi selettivi. Le aree più promettenti sono procedure doganali, norme sanitarie e quote di importazione: leve tecniche che, sommate, possono ampliare l’accesso al mercato cinese senza azzerare i dazi.
Per l’agroindustria del Mercosur, la Cina resta uno sbocco decisivo. Carne, soia e prodotti agricoli trovano in quel mercato una domanda strutturale. In cambio, Pechino offre investimenti produttivi sul territorio, contribuendo a creare capacità industriale locale. Il calcolo brasiliano è pragmatico: attirare capitali e tecnologia, limitando gli effetti di concorrenza diretta dove il tessuto produttivo è più esposto.
Ogni mossa del Mercosur richiede l’unanimità. Qui emergono le frizioni. Il Paraguay mantiene relazioni diplomatiche con Taiwan, elemento sensibile per Pechino. Eppure Asunción commercia ampiamente con la Cina e non esclude un’intesa, purché non implichi rotture diplomatiche. È la prova che l’economia spesso precede la politica.
L’Argentina rappresenta un’altra variabile. Il governo di Buenos Aires ha rafforzato i legami con Washington e punta su sostegno finanziario e stabilità monetaria. Tuttavia la Cina rimane creditore e acquirente chiave delle esportazioni agricole argentine. Ne deriva una postura ambivalente: cautela politica, ma necessità economica. Un accordo a livello Mercosur renderebbe il rapporto con Pechino più visibile e strutturale, proprio ciò che parte dell’attuale leadership preferisce dosare.
Non c’è una dimensione militare diretta, ma la strategia di potenza passa anche dal commercio. Accesso ai mercati, investimenti industriali e standard tecnici creano dipendenze e interdipendenze. Chi definisce regole sanitarie, procedure e corridoi logistici costruisce influenza durevole. In questo senso, un’intesa parziale è uno strumento di posizionamento: riduce l’esposizione a pressioni unilaterali e amplia il ventaglio di opzioni.
Per Washington, la regione è tradizionale area d’influenza; per Pechino, è spazio di opportunità. Il Mercosur tenta di trasformare la competizione tra grandi potenze in leva negoziale. Il rischio è la frammentazione interna; il vantaggio potenziale è una maggiore autonomia decisionale.
Le regole della tariffa esterna comune del Mercosur limitano gli accordi bilaterali individuali. Un’intesa parziale multilaterale aggira l’ostacolo senza scardinarlo: meno ideologia, più tecnica. Armonizzare norme, snellire dogane, definire quote significa facilitare i flussi senza dichiarare una liberalizzazione totale. È la via del pragmatismo amministrativo che produce effetti reali.
La narrativa cinese insiste sull’idea di un Sud globale più autonomo. Al di là della retorica, il punto è che i Paesi latinoamericani cercano sbocchi stabili e capitali pazienti. Se gli Stati Uniti offrono sicurezza e finanza, la Cina offre mercato e investimenti. La scelta non è binaria: è una gestione di portafoglio delle relazioni.
Il possibile negoziato Mercosur–Cina non segna un allineamento, ma una ricalibratura. Il Brasile manda un messaggio: la protezione dell’industria resta prioritaria, ma l’isolamento commerciale non è più sostenibile. La partita si giocherà su dettagli tecnici e compromessi politici. Se prevarrà la logica selettiva, l’intesa potrà avanzare; se torneranno veti identitari, resterà sulla carta.
In un mondo di barriere mobili, il commercio diventa diplomazia con altri mezzi. Il Mercosur prova a usarlo per guadagnare spazio. La domanda è se saprà farlo insieme.




