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A causa della difficile crisi politica che sta interessando il Brasile e in particolare la leadership Dilma Rousseff, la presidente si è vista costretta ad annullare la sua visita negli Stati Uniti, dove avrebbe dovuto prendere parte ad un summit sulla sicurezza nucleare.
La nomina dell’ex presidente Lula a ministro della Casa Civil al fine evitarne l’arresto per lo scandalo Petrobras sta rischiando di costare alla Rousseff l’impeachment, e ieri il partito centrista Pmdb del vicepresidente Michel Temer, il quale sostituirà Rousseff domani Washington, ha lasciato il governo.
Lo scandalo Petrobras è scoppiato nel novembre 2014 e continua tutt’oggi arricchendosi di colpi di scena e di nuove rivelazioni: riguarda l’intercettazione di 3 miliardi di dollari di fondi neri, frutto delle bustarelle pagate ai dirigenti dell’azienda pubblica, in particolare a José Carlos Cosenza, direttore degli approvvigionamenti e a Maria das Graças Foster, amministratore delegato di Petrobras. Implicati nel riciclaggio anche l’ex direttore di Petrobras, Paulo Roberto Costa, e il faccendiere Alberto Youssef, divenuti poi collaboratori di giustizia.
Tra le varie aziende costrette a pagare, anche la fiamminga SMB Offshore, che ha ammesso di aver passato bustarelle per un totale di 139,2 milioni di dollari a dirigenti di Petrobras.
Rousseff, che allora dirigeva colosso del petrolio, ha sempre negato ogni suo coinvolgimento nei fatti di corruzione, ma per i giudici non poteva non essere a conoscenza del ricco giro di tangenti attorno alla compagnia petrolifera nazionale. In maggio un ex manager della Petrobras per la prima volta direttamente in ballo, accusandola di aver autorizzato l’acquisto di una raffineria negli Stati Uniti a un prezzo superiore a quello di mercato nel 2006, quando era ministro del governo Lula e presiedeva il cda di Petrobras. Lei ha sempre detto di essersi opposta a quell’acquisto.

