di Giuseppe Gagliano

Il 31 luglio gli Stati Uniti hanno colpito nel cuore del potere giudiziario brasiliano. Alexandre de Moraes, giudice della Corte Suprema e figura centrale nella crisi democratica che attraversa il Brasile post-Bolsonaro, è stato sanzionato da Washington per presunte violazioni dei diritti umani. L’accusa è grave: uso arbitrario del potere giudiziario per reprimere dissenso, limitare la libertà di espressione e zittire oppositori politici. Ma la vera posta in gioco, al di là dei comunicati ufficiali, è una partita di potere internazionale che coinvolge la stabilità delle democrazie, il controllo dello spazio digitale e gli equilibri geopolitici del continente sudamericano.

De Moraes non è un magistrato qualsiasi. È colui che ha guidato le indagini sull’assalto al Congresso del gennaio 2023, ha limitato l’attività di Bolsonaro dopo le elezioni del 2022 e ha ordinato restrizioni durissime contro ex funzionari, influencer e membri dell’apparato militare legati all’ex presidente. Per i suoi sostenitori, è un baluardo della legalità contro il populismo eversivo. Per i suoi detrattori – oggi sempre più organizzati anche oltreconfine – è un simbolo di abuso di potere e politicizzazione della magistratura. Da giudice è diventato protagonista. E in un sistema democratico imperfetto, questo è un rischio.

Le accuse degli Stati Uniti parlano di “misure opache e punitive”, tra cui la rimozione di contenuti digitali e il blocco di account social anche su piattaforme americane. La sanzione non è solo simbolica: prevede il congelamento di eventuali beni e il divieto di ingresso negli USA. Ma arriva in un momento delicato, e si iscrive in un contesto ideologico e diplomatico ben più ampio: la crescente diffidenza americana verso i governi latinoamericani percepiti come ostili ai propri interessi, anche quando formalmente democratici.

La sanzione a de Moraes non si spiega senza considerare il ruolo dell’ex presidente Bolsonaro. Attualmente sotto processo per tentato golpe, è ancora una figura polarizzante e influente. Per una parte dell’establishment conservatore statunitense, e per alcuni ambienti repubblicani, la sua epurazione è vista come un abuso della sinistra brasiliana, con Lula nei panni del “vecchio rivoluzionario” tornato a dominare il palcoscenico. Washington si divide: tra chi sostiene la necessità di difendere la democrazia e chi la confonde con la protezione dei propri alleati ideologici.

Il procuratore generale brasiliano ha risposto duramente, parlando di “attacco alla sovranità” e di interferenza inammissibile. Il suo messaggio è chiaro: la magistratura non può essere giudicata da una potenza estera solo perché applica misure giudiziarie sgradite. Ma il problema è più ampio: il Brasile oscilla tra istituzioni che cercano di difendersi dall’autoritarismo e un sistema politico-mediatico in cui l’abuso di potere giudiziario può diventare arma di delegittimazione politica. Una fragilità che non riguarda solo il Brasile.

Il nome di de Moraes era già salito agli onori della cronaca per aver sospeso temporaneamente la piattaforma X, accusata di non rispettare le normative locali sulla disinformazione. Una mossa clamorosa, ma coerente con un’idea di sovranità digitale che molti Paesi stanno cercando di affermare contro il potere illimitato delle Big Tech. Per Washington, però, il controllo dei flussi digitali è anche un tema di potere strategico. Le sanzioni a de Moraes sono un segnale: chi tocca le piattaforme americane, tocca gli interessi degli Stati Uniti.

La crisi USA-Brasile diventa così un caso emblematico della nuova frizione tra Nord e Sud del mondo. Non è più solo una questione ideologica, ma anche di modelli di governance. Chi decide cosa è libertà di espressione? Chi stabilisce i limiti tra giustizia e persecuzione politica? Qual è il confine tra diritto internazionale e ingerenza? In un’epoca di guerre immateriali, queste domande valgono quanto un’intera dottrina di politica estera. E nessuna democrazia, né quella americana né quella brasiliana, può permettersi di ignorarle.