di C. Alessandro Mauceri –
Da settimane il Burundi è centro di violenti scontri legati all’elezione del presidente. È scaduto il mandato dell’attuale presidente, Pierre Nkurunziza, che lo ricopre dal 2005, anno i cui ad Arusha, in Tanzania, furono siglati gli accordi di pace che mettevano fine alla guerra civile iniziata nel 1993.
In base alle leggi stilate in quella occasione, il presidente eletto non avrebbe dovuto restare in carica per più di due legislature, ma Nkurunziza ha deciso di ricandidarsi. Per questo motivo, scaduto il suo secondo mandato, nel paese è iniziata la corsa per scoprire chi avrebbe dovuto prendere il posto di Nkurunziza.
Una decisione che ha fatto riaffiorare diversità etniche, ma soprattutto sociali ed economiche. I principali gruppi etnici presenti nel paese sono gli hutu (per l’85 per cento) e i tutsi (per il 15 per cento). Gli scontri, nelle ultime settimane, si sono inaspriti e hanno provocato decine di morti. Nei giorni scorsi le proteste hanno assunto anche un aspetto sessista: migliaia di donne hanno riempito le strade della capitale Bujumbura per protestare contro la candidatura di Pierre Nkurunziza. Una di loro, Ketin Vyabandiyaya, ha detto che “Siamo stanche, vogliamo la pace. Vogliamo il rispetto della nostra nazione e della legge. La nostra costituzione è sacra, come lo sono gli accordi di pace di Arusha. Ci hanno portato la pace dopo dieci anni di guerra in cui abbiamo perso i nostri figli. Non vogliamo che accada di nuovo”.
Secondo molti il motivo che rende difficile a Nkurunziza (e alla coalizione che lo sostiene) lasciare l’incarico presidenziale deriverebbe dai numerosi e lucrosi traffici commerciali sottoscritti durante il proprio mandato. Traffici legati prima di tutto allo sfruttamento del contrabbando di materie prime provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo. Un giro d’affari emerso in tutta la sua durezza in occasione dell’omicidio di tre suore italiane a Bujumbura.
Della vicenda, nei giorni scorsi, ha parlato anche Alexander De Croo, ministro belga della cooperazione allo sviluppo, che ha commentato la decisione del presidente uscente di ricandidarsi dicendo che “Nelle ultime settimane, e soprattutto negli ultimi giorni, le violenze in Burundi hanno raggiunto un tale livello che non ci sono più le condizioni per sostenere il processo elettorale”. Una dichiarazione che ha un peso rilevante dato che, attualmente, il Belgio è il principale donatore internazionale del Burundi. Per questo motivo, il Belgio ha deciso di sospendere provvisoriamente il proprio sostegno finanziario al processo elettorale e le misure di cooperazione tra i mezzi di polizia dei due paesi. “Ci sono due azioni urgenti da compiere: fermare le violenze, in particolar modo della polizia, e ripristinare la stabilità”, ha ribadito De Croo.

