Cambogia. Gli Usa revocano l’embargo sulle armi, ma la frontiera brucia. E c’è l’ombra cinese

di Giuseppe Gagliano –

La decisione di Washington di revocare, dopo quattro anni, il blocco sulle forniture militari alla Cambogia non è un semplice gesto tecnico. È un segnale politico preciso. Gli Stati Uniti hanno scelto di premiare il “rinnovato impegno” di Phnom Penh nella cooperazione in materia di difesa e nella lotta alla criminalità transnazionale, riaprendo la porta alle vendite di armi, che d’ora in poi saranno autorizzate caso per caso, e riportando in vita l’esercitazione bilaterale Angkor Sentinel, ferma dal 2017. Non si tratta solo di qualche corso per ufficiali, per quanto prestigioso, nelle accademie militari americane. È il tentativo di riportare la Cambogia dentro un perimetro di sicurezza a guida statunitense, dopo anni in cui il Paese era stato percepito come un avamposto della strategia cinese nel Sud-Est asiatico.
L’embargo del 2021 era nato dall’allarme per la deriva autoritaria del regime, la compressione dello spazio democratico e, soprattutto, la crescita della presenza militare cinese. La ricostruzione della base navale di Ream, sulla costa meridionale, nell’area contesa del Mar Cinese Meridionale, era stata letta come il tassello di un disegno più ampio: trasformare la Cambogia in una piattaforma della “Nuova via della seta” marittima. Ream, con il suo nuovo molo in acque profonde e il bacino di carenaggio, è stata spesso descritta come la seconda base navale di Pechino all’estero, dopo quella di Gibuti. Phnom Penh ha sempre negato un uso esclusivo da parte cinese, rivendicando l’apertura a tutte le marine “amiche”. E in effetti, dopo la riapertura, navi da guerra di Giappone, Australia, Vietnam, Russia, Cina e perfino una nave statunitense hanno attraccato nei porti cambogiani. Ma il dubbio sul ruolo privilegiato di Pechino non si è mai dissolto.
La revoca del blocco alle armi si inserisce nella più ampia strategia americana per contenere l’ascesa cinese: ricompense militari ed economiche per chi si allontana dall’orbita di Pechino, pressioni e sanzioni per chi vi resta dentro. La Cambogia, “piccola ma decisiva” nel mosaico del Sud-Est asiatico, diventa un banco di prova. Offrendo addestramento, esercitazioni congiunte e accesso mirato a sistemi d’arma, Washington spera di controbilanciare anni di investimenti cinesi in infrastrutture e basi. Non è un ritorno disinteressato: è una scommessa geostrategica. Se Phnom Penh si riavvicina, gli Stati Uniti guadagnano un punto nella partita per il controllo delle rotte marittime, dei porti e delle catene logistiche che collegano l’Oceano Indiano al Pacifico.
Proprio mentre Washington celebra la “ricerca della pace e della sicurezza” da parte della Cambogia, la realtà sul terreno racconta altro. Lungo il confine conteso con la Thailandia, un secolo di mappe incomplete e linee mai del tutto definite continua a produrre sangue. Nelle stesse ore in cui si annunciava la fine del blocco sulle armi, soldati si scambiavano colpi di arma da fuoco, una persona veniva uccisa, altre rimanevano ferite. Bangkok e Phnom Penh si accusano a vicenda: nuove mine sul terreno, violazioni del cessate il fuoco, villaggi che una capitale considera “propri” e l’altra rivendica come “abusivamente occupati”. Dietro le formule diplomatiche, il confine resta un fronte aperto, dove ogni incidente può far saltare accordi laboriosamente mediati, anche dagli stessi Stati Uniti.
La guerra non dichiarata tra Cambogia e Thailandia ha già prodotto, in pochi mesi, decine di morti e centinaia di migliaia di sfollati temporanei. Le mine antiuomo, vecchie e nuove, sono il filo spinato invisibile che lega passato e presente. Secondo le analisi circolate in questi mesi, non tutte le esplosioni sono il frutto di ordigni lasciati dalle guerre del passato: alcune mine sarebbero state posate di recente, come strumento di pressione territoriale. Ogni detonazione diventa il pretesto per un nuovo scontro, ogni sospetto mina la fiducia negli accordi di cessate il fuoco firmati con la benedizione di Washington. Così, mentre gli Stati Uniti cercano di riportare Phnom Penh nel proprio campo, il rischio è di fornire armi a un Paese che vive ancora immerso in logiche di conflitto di confine.
C’è poi il fronte interno. La Cambogia è oggi più isolata di quanto appaia dalle foto ufficiali. Il ritiro di parte degli investimenti cinesi ha lasciato spazio a reti criminali internazionali che sfruttano la debolezza delle istituzioni: traffico di esseri umani, truffe digitali, racket di ogni tipo. In questo contesto, la riapertura dei canali militari con gli Stati Uniti può avere un duplice effetto. Nel migliore dei casi, rafforza strutture statali capaci di contrastare la criminalità e di contenere le tensioni di frontiera. Nel peggiore, alimenta nuove ambizioni di potenza regionale in un sistema politico poco trasparente, dove il confine tra sicurezza nazionale, repressione interna e affari privati delle élite non è affatto chiaro.
Per la Cambogia, il ritorno del sostegno militare americano è un’occasione per riequilibrare la propria politica estera, evitando di essere percepita come semplice pedina di Pechino. Per Washington, è una possibilità di rimettere piede in un’area dove la presenza cinese sembrava consolidata. Ma nessuno dei due attori controlla l’intero quadro. La frontiera con la Thailandia, le dinamiche interne del regime cambogiano, la competizione tra grandi potenze e il comportamento di altri vicini, dal Vietnam alla stessa Cina, saranno decisivi nel trasformare questa scelta in un fattore di stabilità o di ulteriore tensione.
La fine del blocco sulle armi alla Cambogia mostra come la competizione tra Stati Uniti e Cina stia entrando in una fase più sottile: non solo grandi alleanze, ma una fitta rete di intese militari, gesti simbolici e pressioni incrociate. In mezzo, un piccolo Paese con una base navale ampliata da Pechino, un confine infiammabile con la Thailandia e un sistema politico segnato da autoritarismo e criminalità. Washington scommette di poter guidare la Cambogia verso “pace e sicurezza” attraverso addestramento e cooperazione. Ma finché il terreno di confine continuerà a restituire esplosioni e sfollati, e finché le grandi potenze useranno le stesse coste come pedine della loro rivalità, la vera domanda resterà aperta: stiamo costruendo sicurezza o solo spostando, un po’ più in là, la linea del prossimo conflitto?