Ansa –

Per la prima volta dall’inizio del processo ai Khmer rossi, l’ex ideologo del regime Nuon Chea – uno dei due ex leader ancora alla sbarra – ha riconosciuto oggi le sue responsabilità per la morte di 1,7 milioni di cambogiani tra il 1975 e il 1979, in contrasto con l’atteggiamento tenuto finora. “In quanto dirigente, devo assumermi la responsabilità nel danno causato al mio Paese”, ha detto l’ex “fratello numero due”, esprimendo successivamente le sue condoglianze ai familiari delle vittime che hanno testimoniato di fronte al tribunale misto dell’Onu a Phnom Penh. Nuon Chea, 86 anni, ha tuttavia minimizzato il suo ruolo in quegli orrori, spiegando che il suo ruolo era di supervisionare il settore della propaganda e dell’istruzione. “Dal punto di vista esecutivo non avevo alcun potere. Riguardo alle cose successe durante il periodo dei Khmer rossi, di alcune ero consapevole, ma di altre no”, ha aggiunto. L’altro imputato, l’ex capo di stato Khieu Samphan (81 anni), ha anch’egli ribadito di non essere stato al corrente all’epoca della “grande sofferenza” del popolo cambogiano, rivolgendo le sue “sincere scuse” alle vittime. Le operazioni a rilento del processo, in un tribunale perennemente a corto di fondi dopo aver speso quasi 200 milioni di dollari, fanno temere che il verdetto arrivi dopo la morte degli accusati. Lo scorso marzo si è spento il terzo imputato, l’ex ministro degli esteri Ieng Sary. La moglie ed ex ministro degli affari sociali Ieng Thirith, originariamente tra gli imputati, è stata rilasciata per infermità mentale. L’unica condanna emessa dal tribunale è l’ergastolo contro Kaing Guek Eav, il “compagno Duch” responsabile del carcere-lager di Tuol Sleng durante il regime.